A proposito della statua di Indro Montanelli

Aggiornato il: ott 22



Per settimane, durante il mese di giugno 2020, si è discusso della statua del giornalista Indro Montanelli a Milano. La controversia tra diversi gruppi della popolazione nasce dal fatto che costui, in linea con la tradizione occidentale di egemonia dell’uomo bianco, eterosessuale e colonizzatore del “sud del mondo”, abbia sposato una bambina eritrea di 12 anni. Sono molte le persone che se ne sono occupate, che hanno divulgato le interviste in cui si legittimava tale matrimonio attraverso la retorica della “tradizione culturale eritrea” con l’intento di normalizzarne la pratica. Per quanto l’Antropologia sia la disciplina che da sempre offre strumenti per una fertile e critica riflessione su questo avvenimento, occupandosi di sessualità, etnicità, tradizione e studio del sistema egemonico del “West World” che è perfettamente esemplificato dal caso di Montanelli, vorrei soffermarmi sul dettaglio della statua. È interessante come una statua apparentemente inanimata e priva di capacità di azione, abbia mobilitato non solo dibattiti intellettuali di femministe e personaggi vari ma anche spinto ad una pluralità di azioni concrete. È infatti successo che la statua, collocata in un parco pubblico di Milano che prende l’omonimo nome del giornalista, sia stata ricoperta di pittura da parte di alcuni gruppi di attivismo femminist* e di studenti universitari. Alcuni hanno condannato questa azione per aver, nella loro visione, deturpato un monumento nazionale e hanno risposto ripulendo la statua. A distanza di giorni, il 28 giugno mentre la polizia monitorava il parco assicurandosi che non ci fossero altre rivendicazioni, un’artista locale ha eluso la sorveglianza per poggiare tra le braccia di Montanelli un fantoccio raffigurante la sua sposa bambina. I due punti della vicenda su cui vorrei soffermarmi sono: come mai le manifestazioni di dissenso nei confronti della statua sono così recenti? (Bisogna in tal proposito ricordare che era già stata ricoperta di pittura rosa qualche anno fa a seguito della marcia femminista dell’8 marzo) Com’è possibile che una statua, inerme e passiva, possa generare scontri tanto accesi e ben materiali?

Comincerò da quest’ultimo punto perché risulta urgenza decostruire il luogo comune di “cultura” come qualcosa di astratto ed intellettuale, di accesso ai soli letterati. Cultura è tutto ciò che ci circonda: sono le strade su cui camminiamo, il modo in cui mangiamo e ciò che scegliamo al supermercato. Cultura è il nostro modo di parlare e pensare, il nostro modo di occupare lo spazio. Il caso della collocazione della statua di Montanelli, che implicitamente funge da rappresentante della “cultura” e letteratura italiana, mostra bene come gli oggetti intorno a noi e l’organizzazione dello spazio non siano casuali ma al contrario veicolino sempre dei significati e una certa visione di mondo. I gruppi che vogliono la rimozione di quella statua contestano il fatto che sia pubblicamente “idolatrato” un uomo che ha compiuto quello che ai loro occhi è un gesto riprovevole. In ottica antropologica potremmo di fatto interpretare la scelta di rappresentare e preservare nello spazio pubblico l’immagine di Montanelli come riflesso degli ideali e dei valori attributi alla cultura italiana da parte dell’amministrazione comunale che ne ha collocato la statua. La cultura è materiale: è inscritta nei nostri corpi, nel modo in cui acconciamo i capelli, nella scelta di depilarci le gambe. Cultura sono le posate con cui mangiamo e la disposizione dei mobili nella nostra casa. Per questo anche gli oggetti -che sono in qualche modo non solo il riflesso della nostra società ma anche un’estensione della nostra mentalità- devono essere scelti con cura, specie se andranno ad occupare lo spazio pubblico e a manifestare la visione di mondo della nostra cultura. Qui si colloca la prima questione che ho sollevato: il fatto che una decina di anni dopo la collocazione della statua le persone si mobilitino per la sua rimozione, mostra come la cultura sia soggetta a continui cambiamenti. Aumenta la nostra consapevolezza del sistema socio-politico in cui viviamo e di conseguenza elaboriamo nuove visioni culturali di mondo. Una delle peculiarità della cultura umana è proprio la sua dinamicità e fluidità, inevitabilmente riflesso dei cambiamenti sociali. Staticismo culturale equivale a morte e poiché al contrario ancora esistiamo, tutto ciò che produciamo è soggetto a mutamenti ed aggiustamenti. L’antropologo Luca Ciabarri ha scritto che “l’oggetto […] è luogo di riflessione per il sé individuale e sociale (il sé non esiste in forma esclusiva all’interno dell’individuo con sè stesso) e di costruzione dell’azione sociale” (2014: 20); la contesa tra i gruppi per la rimozione o meno della statua di Indro Montanelli mostra proprio questo lento e concreto mutamento sociale. Come scrisse Calvino “l'occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose.”

Paola Rizzo

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Creato il 27/08/2015

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