Antropologia e Memoria

Qualche giorno fa chiacchierando con la mia coinquilina durante l’ennesima serata casalinga, le dissi: “Pensa a quando racconteremo del Covid ai nostri nipoti! – Eh, sai, c’era il coprifuoco…- -Oooh, davvero?- -Sì, e non si poteva andare da una regione all’altra, da un comune all’altro, addirittura!- Ci guarderanno un po’ come guardavamo noi i nostri nonni quando ci raccontavano la fame, o gli americani sbarcati…-

Con le dovute differenze storiche, ovviamente, non ho potuto fare a meno di pensare a quale sarà la memoria che si costruirà rispetto a questo scenario eccezionale nel quale stiamo vivendo. Lo so, tra tutte le riflessioni è forse quella meno urgente, ma, ahimè, è una deformazione professionale.





In ogni caso, come ricorderemo il presente per ora è solo un germoglio. Come si suol dire: ai posteri l’ardua sentenza. Quello che vorrei far germogliare qui, invece, attraverso questo breve articolo, è una visione che tenda ad ampliare il prospetto nel quale siamo soliti collocare gli spettri della memoria. Una memoria che non sia dunque monolitica e unitaria, bensì fluida, eterogenea e complessa.


Quando si pensa ai processi memoriali, individuali o collettivi che siano, si è portati infatti ad inscriverli in un quadro di riferimento che vede nella memoria una mera depositaria di eventi, una sorta di archivio, un contenitore all’interno del quale i ricordi dei singoli e dei gruppi vengono custoditi scrupolosamente ed esente alla corrosione di agenti esterni. Eppure, l’uso della memoria, la sua funzione, le forme con cui viene trasmessa sono molteplici: dipendono dal contesto storico e culturale, dagli orizzonti simbolici e dalle economie morali all’interno dei quali le persone sono immerse. Come afferma l’antropologa Di Pasquale (2019), sì, anche il ricordo è un fatto culturale.


Paradossalmente, l’antropologia culturale si è occupata relativamente poco di memoria, in quanto oggetto di studio. Per quanto, infatti, abbia affrontato le forme espressive e i modi di essere del tempo, del passato, della storia soprattutto nelle società a tradizione orale, raramente è emersa una riflessione esplicita sulla memoria. Solo a partire dagli anni ’80, con la nascita dei Memories studies (studi sulla memoria) si è tentato di far dialogare i vari linguaggi con i quali la memoria si manifesta e con cui viene rappresentata. Un testo degno di nota a questo proposito è Cultural Memory and Early Civilization. Writing, Memo and Political Immagination (1992) dell’archeologo Asmann, capace di fotografare teoricamente le complessità del ricordare, gli intrecci con la scrittura con la Storia, la politica e di dare rilievo alle relazioni intime che connettono i soggetti e i gruppi al proprio passato. L’antropologia, come dicevo, si è inserita tardi e poco all’interno di questi studi. Ciò è paradossale, non soltanto perché la nostra disciplina si è da sempre rapportata con la cultura orale delle diverse società, ma anche perché la memoria è il veicolo principale attraverso cui un ricercatore/ricercatrice si avvicina al campo, per dirla con le parole di Di Pasquale “è il mezzo attraverso il quale varca la soglia dell’intimità culturale per apprendere i mondi culturali dei propri interlocutori, che si esprimono tramite la parola, tramite i simboli e tramite i comportamenti”.


Rendendo dunque la memoria, anzi, le memorie, oggetto di studio e destrutturando quell’alone di immutabilità che le circonda, diventa possibile, se non necessario, esplicitare come queste memorie si mostrino attraverso parole, pratiche, silenzi, gesti o non detti che sono null’altro che il prodotto storico dell’incontro creativo tra soggetti, ambienti e immaginari. Solo restituendo questo statuto al concetto di memorie sarà possibile concepirne la complessità. E forse capire il mio arrovellamento iniziale.


Lungi però dal voler dare allo studio della memoria un’organicità ed un ordine epistemologico e metodologico che non gli appartiene. In proposito vorrei condividere con voi le parole di due antropologi Palestinesi, che nell’approcciarsi alla scrittura un’antologia di memorie sulla Nakba avvertono:


“Alcuni cinici studiosi, esaminando “l’industria della memoria” - sia accademica che pubblica - che è emersa negli anni ‘80, si sono preoccupati della stucchevole e quasi sacra sensibilità che può pervadere gli studi sulla memoria, e dell’ipostatico concetto di “Memoria” che glorifica e la rende una terapeutica alternativa al discorso storico (Klein 2000). Altri studiosi, esaminando la memoria coloniale, […] hanno messo in guardia dal non rendere la memoria troppo romantica, come se fosse “ la depositaria si storie alternative e verità subalterne”, ma piuttosto, occuparsi dei processi di memoria, del modellamento delle memorie personali, delle strategie di silenzio, e di quelle esperienze, come i ricordi sensoriali, che non possono essere messi in forma narrativa. Altri deplorano la confusione metodologica degli studi sulla memoria.”

(Abu-Lughod, Sa’di, 2007, p. 21)


L’antropologia si trova di fronte ad un oggetto di studi ancora oggi vario, scivoloso, alle volte, complesso e spesso conflittuale. Ma l’attrattività della memoria sta proprio nel fatto che essa non possa esistere come pura, estrapolata cioè dal proprio contesto. Anzi esiste come elemento storico, sociale e simbolico che proprio da quei meccanismi e contesti trae il proprio nutrimento. I frutti puri impazziscono, ca va sans dire.


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