Caccia alle streghe? Parliamo di stregoneria

Aggiornato il: ott 22

Nelle prime settimane di diffusione del coronavirus sono stati molti i casi di cronaca che ci hanno costretto a tirar fuori dal dimenticatoio un’espressione che, in momenti di crisi, ricompare puntualmente sui giornali: la caccia alle streghe. Perché? Sicuramente il bisogno di cercare un responsabile per ciò che ci causa dolore è un bisogno culturale dell’essere umano, il bisogno di dare un nome e una faccia a questa causa, un bisogno che può essere verificato in ognuno di noi, in qualsiasi momento della storia, in qualsiasi parte del mondo. Ma quello che accade quando comincia una caccia alle streghe è un fenomeno più grande del bisogno di una persona sola, è un fenomeno sociale e soprattutto una risposta culturale. L’antropologia culturale ha iniziato a studiare la stregoneria molto tempo fa, e ha accumulato moltissimi risultati in grado di spiegare i suoi numerosissimi meccanismi.



Innanzitutto, bisogna concepire la stregoneria non tanto come un evento, qualcosa che avviene in un certo luogo, in un certo momento, ma come un linguaggio utile per capire i rapporti sociali e il mondo, ed è per questo che è utile analizzare alcuni episodi di cronaca attraverso di essa. In quanto linguaggio, essa ha un codice, delle regole, dei riferimenti, delle punizioni per i trasgressori, dei modi per rimediare, ma soprattutto offre delle spiegazioni per fatti sociali che, altrimenti, rimarrebbero inspiegabili. In ogni paese del mondo, ogni popolo che ha utilizzato la stregoneria come risposta culturale le ha dato un nome diverso (evú, juju, vudù…) ma lo studio e il confronto di ognuna di queste forme culturali di stregoneria ha permesso agli antropologi di trovare alcuni elementi ricorrenti.

Uno dei primi casi di caccia alle streghe durante questa epidemia risale al 26 febbraio, quando in provincia di Vicenza un ragazzo cinese viene preso a bottigliate in faccia dopo essere stato apostrofato come untore da una negoziante. Le accuse di stregoneria sono classicamente indirizzate a chiunque rappresenti una devianza dalla norma, da chi rappresenta una qualunque differenza dall’ordine (apparentemente) prestabilito. Nel medioevo i lebbrosi venivano accusati di stregoneria. Il tratto principale che attira su di sé accuse di stregoneria è la debolezza sociale, come la vulnerabilità sociale di chi non appare italiano, come quella di chi ha l’aspetto di un cinese – l’apparenza, appunto. Nel clima xenofobo dell’Italia del 2020, a parità di debolezza di status, per esempio prendendo due migranti di diversa origine, si crea una specie di differenza di potenziale; un po’ come accade nelle batterie quando sono cariche. Solo che a caricarsi in questo caso è la tensione sociale. E poiché raramente, come la storia dell’antropologia dimostra, le accuse di stregoneria si indirizzano a persone di status sociale superiore, i bersagli preferiti sono sempre due: le persone che ci stanno più vicine, i pari status, e quelle che giudichiamo essere al di sotto dei requisiti (da noi) ritenuti necessari ad appartenere al nostro status, quello giusto. E quando questa tensione sociale si è caricata, il sospetto può potenzialmente sfociare in un’aggressione, anche in circostanze del tutto inaspettate. Tuttavia, non bisogna scordarsi di prendere la stregoneria come un linguaggio, un linguaggio da parlare, da ascoltare, e soprattutto attraverso cui dialogare per abbassare questa tensione.

Successivamente, l’introduzione di norme specifiche atte alla gestione della pandemia sul territorio, l’accusa di essere untore ha cambiato direzione: da un’identità/essenza (i cinesi trasmettono il coronavirus) alle pratiche (uscire di casa senza giustificato motivo, creare assembramenti, non usare mascherine e altri dispositivi di contenimento, sono comportamenti che diffondono il coronavirus), spostando la responsabilità sul singolo individuo. Ognuno può quindi scegliere liberamente se seguire o no tali indicazioni, cosciente del fatto che la sua trasgressione verrà punita con il pagamento di una sanzione. Ufficialmente. In realtà, il risultato indiretto sul piano sociale (che a causa dell’agitazione dell’emergenza pandemica non è stato affrontato) è stato creare e legittimare una cultura della delazione. Un terribile prezzo da pagare. Fare la spia, denunciare persone sospettate di stregoneria, è un fenomeno che in vari stati dell’Africa ha creato la necessità di vietare la stregoneria nella costituzione, e di processare in tribunale chi compie reati in tal senso, come racconta Daniel Bogado nel suo documentario del 2009, World of Witchcraft. La delazione è il vero fulcro della stregoneria, e se è vero che questa è un linguaggio, allora la delazione ne è la sua grammatica, poiché il ruolo che riveste socialmente è regolatore.

Con l’inizio degli studi sulla stregoneria, gli antropologi si sono resi subito conto di quanto in questo sistema di pensiero, per come è stato formulato fuori dalla cultura europea e cristiana, chiunque può essere involontariamente autore di atti di stregoneria. Per questo è sempre fondamentale consultare l’oracolo prima di muovere un’accusa, o di chiedere che lo stregone ripari il torto, magari con un risarcimento. Quando vediamo qualcuno che passeggia per strada, nessuno di noi può consultare un oracolo che certifichi incontestabilmente che cosa sta facendo quella persona in strada. Ma ciononostante ne abbiamo bisogno, e allora assegniamo questo ruolo alla figura che ci sembra più somigliante: il rappresentante delle forze dell’ordine. Lasciare i cittadini soli con la responsabilità di denunciare chi non rispetta le regole del distanziamento sociale e dell’isolamento, ha come risultato quello di farli sentire ancora più soli, con un linguaggio a cui non sono abituati, in una situazione in cui nessuno è in grado di capirli perché non abbiamo l’equivalente culturale di un tribunale per la stregoneria come quello visitato da Bogado – e non è necessariamente un male. E la conseguenza sarà quella di cercare altri oracoli, di stringerci insieme negli unici luoghi in cui non è richiesto il distanziamento sociale, quelli virtuali, così da rendere il grido d’aiuto ancora più forte, nella speranza di essere sentiti.

E purtroppo, l’assenza di un oracolo per un fenomeno del tutto naturale, che non ha nulla a che fare con la stregoneria – che va ricordato è una risposta culturale alla gestione delle tensioni sociali causate da un evento insopportabilmente inspiegabile – ci sta precipitando in una spirale di sfiducia reciproca di cui non si vede la fine. Come si è osservato nella DDR, il paese in cui si è sviluppata la grammatica stregonesca più recente nella storia del nostro continente, le provincie dell’ex Est che sono state più attive nella delazione alla STASI sono state, fin dalla caduta del muro, anche quelle che hanno mostrato minor fiducia nelle istituzioni. E la spirale avanza.



Alessio Angioni



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Creato il 27/08/2015

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