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Centri antiviolenza in quarantena: pandemie in parallelo

Ispirata dal femminismo materialista di Christine Delphy, Angela, operatrice alla Casa della Donne, ha deciso di dedicare la sua vita ad aiutare donne vittime di violenza ad uscirne. A differenza di tanti altri, il suo lavoro non si è mai fermato durante la quarantena, in quanto i centri antiviolenza sono stati riconosciuti fin dall’inizio come servizi essenziali. “Sono stata impressionata molto positivamente, non me lo aspettavo. Pensavo che gli sguardi di tutti sarebbero stati rivolti verso altre categorie di persone”, mi racconta.

Vorrei potervela descrivere, per restituire un’immagine mentale della mia interlocutrice, ma non posso. Non so cosa abbia pensato delle mie domande perchè l’ho intervistata una mattina per telefono, e non ne ho potuto leggere ne il manierismo, ne l’espressione. Ciò che mi è rimasto sono solo le sue parole.


In che modo la quarantena ha impattato le donne vittime di violenza?


“Le richieste d’aiuto si sono dimezzate durante tutto il mese di marzo e aprile. Stiamo ancora raccogliendo i dati per il mese di Aprile. Prima ricevevamo 64 richieste al mese su tutta l’area emiliano-romagnola. A maggio, dopo l’allentamento delle misure sono tornate ai numeri di prima. Le donne hanno incontrato grosse difficoltá nel contattarci, per svariate ragioni. Per paura di essere sentite dal marito, per la presenza di bambini in casa, per mancanza di accesso ad un telefono. Al contrario, le richieste d’aiuto in emergenza sono rimaste invariate. L’intervento dei carabinieri chiamati dai vicini spesso permette alle donne di sporgere denuncia, di accedere alle case rifugio, ricevere assistenza pratica e psicologica”.


Come è cambiato il vostro lavoro?


In questo periodo, le donne hanno avuto bisogno di grande vicinanza e quindi colloqui e chiamate sono aumentate. Nonostante questo, abbiamo cercato di ridurre al minimo gli incontri di persona, fatta eccezione per situazioni di emergenza nei casi in cui la comunicazione telefonica era difficile. Ad ogni modo, siamo sempre rimaste aperte, semplicemente abbiamo applicato tutte le nuove norme quali il distanziamento, le mascherine e i guanti”.


La tecnologia ha quindi permesso alle operatrici di rimanere in contatto con le donne, ha semplificato gli spostamenti e facilitato l’inclusione di operatrici in formazione. Al contempo però, non è riuscita a colmare la perdita del setting e ha confuso il confine tra lavoro e vita privata.


“Adesso, sono confinata in camera mia per fare i colloqui con le donne. Il setting è un aspetto chiave del nostro lavoro, ed è pensato e stabilito collettivamente. Il luogo, la durata dei colloqui, la sala d’attesa, chi riceve le donne, il foglio della privacy per far capire subito che è tutto riservato. Il setting fisico contribuisce a creare un clima di fiducia, di consenso. La presenza fisica aiuta a leggere i messaggi non verbali: gesticolare, gambe, dove tieni la borsa. Tutto questo è materia di ragionamenti e riflessioni che si fanno durante il colloquio. Al telefono è impossibile, con le video chiamate si riesce un po’. Per esempio, una donna abita sopra alla casa del marito ed è terrorizzata che lui la senta parlare. Non è la stessa cosa”.


I colloqui hanno lo scopo di creare un clima di fiducia. Per costruire un percorso di uscita dalla violenza efficace la donna deve essere messa in condizione di aprirsi e parlare, senza paura di subire ripercussioni o venire giudicata. “Se non ti racconta tutto quello che è successo non puoi fare la valutazione del rischio che sta correndo, se non puoi fare la valutazione del rischio non puoi neanche stabilire un buon piano di protezione.” Creare un rapporto di fiducia, porre le domande giuste al momento giusto, adeguare il proprio linguaggio alla situazione, evitare domande colpevolizzanti. In situazione di pericolo utilizzare un linguaggio semplice e direttivo: “Cosa riesci a fare in questo momento? Riesci a chiamare la polizia? Vuoi che la chiami io?”

Angela mi racconta la storia di una donna. È separata e nonostante il suo percorso di uscita dalla violenza ha dovuto restare in contatto con l’ex marito, per il bene dei figli. Il lockdown è impendente e alcune città ribelli hanno deciso di celebrare lo stesso il Carnevale. L’ex marito prende i figli, li porta alla parata, a mezzogiorno a mangiare dai parenti e la sera al ristorante. Del virus si sa ancora poco, si sa che è pericoloso e che non è consigliabile recarsi in mezzo alla gente. Lui lo fa lo stesso. Non si sa ancora quali siano le fasce a rischio, eppure lui li porta lo stesso. Si arrabbia con lei perchè non è d'accordo. Lui cerca il supporto di amici e parenti. Lo fa per il bene dei bambini dice lui, per passare una bella giornata insieme. Mente a tutti, forse anche a se stesso e prova a manipolarla. Distorce la realtà e prova ad isolarla. La tattica di lui fallisce, non si lascia più ingannare, la donna ha ripreso il controllo anche grazie al piano di uscita dalla violenza. Eppure, chiama comunque Angela in lacrime.


Come si fa a non leggere il suo comportamento come una violenza?” Mi chiede Angela.

Cosa le piacerebbe chiedere alle persone se fosse al mio posto? Se potesse intervistare qualcuno?


“Vi siete accorti di quanto è importante l’attivitá dei centri antiviolenza e di quante sono le donne che subiscono violenza? Come è importante la sicurezza delle donne? Vorrei che si uscisse dalla crisi con una coscienza maggiore sulla protezione dalla violenza. Come hanno agito alle regole le persone? Nel caso del virus rispettare le regole porta vantaggio alle persone. Per le donne che subiscono violenza le regole vanno solo a vantaggio del maltrattante e sono terrificanti. Il corona virus potrebbe invadere tutto il mio corpo e portarmi via la salute. C'è un pezzo che ognuno di noi può fare per la salute di tutti. La violenza invade i corpi e le menti delle donne. Non ne usciamo se ognuno di noi non fa il suo pezzo. La violenza contro le donne è una pandemia. Alcuni dicono che portare la mascherina non serve a niente... io penso che invece serva a proteggere gli altri. Se tutti si assumessero la responsabilità di non essere violenti nel loro quotidiano, di non agire la violenza rispettando gli altri, forse riusciremmo a fare dei passi in avanti perché diminuisca la violenza contro le donne.”


La testimonianza di Angela ci obbliga a confrontarci con una realtà concreta che non sempre siamo disposti ad accettare o vedere, ma che deve essere affrontata. Eppure, nonostante la durezza di questa verità, Angela parla di speranza per un futuro migliore in cui il virus della violenza sulle donne cesserà di esistere. L’immagine che ha scelto per rappresentare questo periodo ne è testimone.

Sceglierei il giorno in cui ho rilasciato un’intervista alla RAI in Piazza Maggiore a Bologna. La città era deserta che neanche a Ferragosto. C’ero solo io, il pulmino della RAI e una camionetta della polizia. Per il resto il deserto. ”

Un’immagine che esprime lo sforzo collettivo necessario per combattere la pandemia, esemplificato dal deserto, e simbolizza l’inaspettata attenzione mediatica e istituzionale ricevuta dalla causa. Perchè, dopo tutto, il distanziamento è un distanziamento fisico, non sociale. Perchè, dopo tanti anni di lotte e sofferenza dona speranza sapere di non essere del tutto invisibili.



Beatrice Malaguti


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Creato il 27/08/2015

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