Centri antiviolenza in quarantena: quando l'unico spazio sicuro sono io

Aggiornato il: ott 22



Per prima cosa, che cosa intendiamo quando parliamo di violenza sulle donne?


“Qualsiasi atto di violenza di genere che provochi o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”


(la dichiarazione delle Nazioni Unite sull’eliminazione della violenza contro le donne del 1993)


Uno sguardo ai fatti

Prima di inoltrarci nell’intervista fatta ad una operatrice di un centro-antiviolenza della provincia di Varese vorrei introdurre le azioni messe in atto dal dipartimento delle Pari opportunità durante il lockdown per sostenere le donne vittime di violenza. Che cosa ha fatto nello specifico il dipartimento delle Pari opportunità durante la pandemia in Italia?


  • Il giorno 11 marzo 2020 sul sito www.governo.it viene esposto che i centri antiviolenza (CAV) non verranno chiusi durante l’emergenza perché “assicurano servizi strumentali al diritto alla salute o altri diritti fondamentali della persona”

  • Il 24 marzo 2020 viene lanciata la campagna Libera puoi, dove divers* cantanti e personaggi del mondo dello spettacolo invitato le donne che stanno subendo violenza a non stare a casa ma a chiamare il numero 1522

  • Il primo aprile 2020 viene istituito un protocollo d'intesa con la Federazione Ordini dei Farmacisti, Federfarma e Assofarm per potenziare l’informazione per le donne vittime di violenza domestica e/o stalking durante l’emergenza coronavirus. Queste linee guida vengono distribuite nelle farmacie attraverso un volantino con lo scopo di tutelare le vittime di violenza

  • La ministra Bonetti, il 2 aprile 2020 sblocca 30 milioni di fondi antiviolenza.

  • Il 27 aprile 2020 vengono istituite nuove indicazioni per strutture e servizi di prevenzione e contrasto della violenza (case rifugio) condivise con il Ministero dell’Interno. Il tutto per favorire l’interlocuzione funzionale tra case rifugio e prefetture

  • Il 29 Aprile 2020 esce un bando per finanziare a livello nazionale gli interventi urgenti per il sostegno alle misure adottate dalle case rifugio e dai centri antiviolenza in relazione all’emergenza sanitaria

  • Il giorno 25 maggio 2020 viene ufficializzata la decisione di esporre il numero e la app di pubblica utilità 1522 anche negli uffici postali in modo da allargare la visibilità

Questo preambolo ci immerge nelle azioni concrete messe in atto dal nostro governo. Ci permette di avere un’immagine macro delle proposte presenti nel nostro territorio per prevenire la violenza. Dopo questa introduzione, possiamo spostarci in una dimensione micro. Alla cornetta risponde Silvia, operatrice di un centro antiviolenza della provincia di Varese.


Una delle domande proposte a Silvia è stata:


In che modo la quarantena ha avuto un impatto sulle donne vittime di violenza? Per una persona vittima di violenza cosa comporta l'impossibilità` di poter uscire di casa? Quali difficoltà` crea nella ricerca di aiuto?


“Durante questo periodo di lockdown abbiamo sperimentato un crollo delle prime telefonate. Per prime telefonate intendiamo il primo vero e proprio contatto con il centro. Il primo momento di richiesta di aiuto. Perchè? Con la presenza del maltrattante in casa risulta molto più complesso trovare spazi temporali e fisici nei quali chiedere aiuto. In secondo luogo, forse, la consapevolezza delle limitazioni di intervento date dalle restrizioni dovute dalla pandemia ha frenato le donne nelle richieste di aiuto. “Il non potranno aiutarci, che cosa chiamo a fare?” Secondo me è stato nella mente di tante.” (Silvia, operatrice centro antiviolenza)


I dati dell’Istat pubblicati in data 13 Maggio 2020 relativi alle chiamate al numero verde 1522 durante il periodo di lockdown, dimostrano che il numero di chiamate arrivate durante la pandemia sono state 5.031, che equivale al 73% in più sullo stesso periodo del 2019. Le vittime che hanno chiesto aiuto sono 2.013 (+59%). Questo incremento non è attribuibile necessariamente ad un aumento della violenza, ma alla maggior risonanza delle campagne di sensibilizzazione. Il dato che fa riflettere, però, ed è possibile legare alla risposta di Silvia, è che le denunce per maltrattamenti in famiglia sono diminuite del 43,6% durante la pandemia rispetto all’anno precedente.



immagine scaricata dal sito: https://www.istat.it/it/archivio/242841



Silvia, prosegue l’intervista aggiungendo:


Per le donne, uscite dalla relazione violenta con figli a carico, superare il proprio trauma con un supporto minore dei servizi sociali, l’impossibilità di condividere la cura dei figli e la solitudine è stato molto complesso.”



Silvia mi ha permesso di riflettere sul doppio, triplo carico mentale che molte donne uscite dalla violenza hanno comunque dovuto portare, e al bisogno di “ricrearsi una nuova vita” anestetizzato dal lockdown e da tutte le sue restrizioni. Ma in assenza di un sistema accogliente, o meglio in un sistema dove l’accoglienza è stata limitata, che strategie hanno messo in atto le donne per rielaborare il proprio trauma?



Agency e survivor centred approach

Silvia, per lei quali strategie hanno usato le donne per sentirsi al sicuro?


“In mancanza di uno spazio sicuro esterno, le donne hanno cercato di trovare un “safe space” interno, per darsi costantemente forza. Abbiamo chiesto a chi ci ha contattate di prepararsi al momento del distacco, di registrare, scrivere un diario se possibile, e creare uno spazio di “self security” anche se questo potrebbe voler dire non reagire alle provocazioni. Non essendoci servizi presenti ed efficaci in quarantena, abbiamo preferito guidare le donne nel percorso di realizzazione della violenza per poi prepararsi al distacco. Abbiamo chiesto alle donne di riconoscere e registrare la violenza per prepararsi alla scelta di abbandonarla”



Scrivere un diario interno, creare il proprio spazio sicuro e non violento dentro di sé, usare le proprie capacità per crearsi una nuova casa all’interno è un cambiamento interessante su cui soffermarsi. Molto spesso la narrazione collettiva ritrae le donne solo come vittime di sistemi oppressivi, violenti e patriarcali. Questa strategia del diario interno invece propone un nuovo sguardo. Perchè non cambiamo la narrazione parlando di sopravvissute alla violenza e non solo di vittime? Perché non ci soffermiamo sulla loro agency (agentività umana)? Di cosa si tratta? Agency è una parola fondamentale in antropologia che sottolinea la capacità dei singoli di compiere scelte e di esercitare il proprio libero arbitrio, ovvero il potere che gli individui hanno di creare o trasformare la cultura opponendosi alle strutture esistenti. Guardare l’agency di una donna sopravvissuta alla violenza cambia la narrazione proponendo un approccio survivor centred, che si contrappone a quello victim centred, dove il focus è principalmente localizzato nello spazio della vittimizzazione.



Reti amicali e formazione


Quale messaggio vorrebbe trasmettere alle persone in questo momento?


“L’importanza di coltivare sempre una rete amicale. Parlando di violenza, è essenziale sapere di poter contare su un intorno sicuro. A volte, possono essere le amiche o gli amici stessi a guidare una ragazza che ha subito violenza in un percorso di consapevolezza. Per questo quello che vorrei dire è che dobbiamo investire in una formazione che parli nelle scuole di violenza di genere, di stereotipi e pregiudizi, ma a fondo. Compagni di classe o compagne di classe potrebbero essere i primi interlocutori o le prime interlocutrici di una persona che si trova in una condizione di violenza, potrebbero capirlo colleghi e colleghe ed essere d’aiuto. Dobbiamo parlare e formare alla non-violenza ovunque. Bisogna creare comunità empatiche, persone consapevoli di che cos’è la violenza, dove si nasconde e come sconfiggerla. Bisogna parlarne negli asili, alla scuole elementari, poi continuare alle medie e alle superiori. Quando entriamo nelle scuole sentiamo spesso ‘ma non c’è bisogno di questo laboratorio, noi sappiamo che uomini e donne sono uguali’ ma alla domanda ‘Quanti di voi hanno il papà che lava i piatti?’ troviamo sempre risposte molto simili. Quasi nessuno. Per noi parlare di discriminazioni e stereotipi di genere è essenziale, partendo dalla de- sessualizzazione dei lavori per arrivare alla violenza psicologica e fisica”



Questa ultima risposta conclude questo approfondimento, invitando tutti e tutte a promuovere una formazione inclusiva, non discriminatoria che insegni la fiducia, l'empatia e l'equità di genere.


Chiara Gunella



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Creato il 27/08/2015

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