Che Futuro Stiamo Costruendo?

Il momento pandemico che stiamo vivendo, a livello globale, ha creato nuovi scenari. Molte persone hanno perso il lavoro, altre si sono reinventate e altre ancora hanno avuto la possibilità di lavorare in smart working tornando a vivere nella propria città natale. Si parla spesso del disagio dei giovani studenti costretti a seguire le lezioni per via telematica, a periodi alterni. Meno si è parlato di coloro che a ridosso della diffusione del Covid-19 hanno conosciuto il mondo universitario per la prima volta e delle difficoltà che ne derivano. Non mi riferisco tanto alla fruizione delle lezioni – per molti studenti lavoratori è più facile poter seguire delle lezioni videoregistrate o ritagliarsi degli spazi dal tempo lavorativo per seguire le spiegazioni dei docenti in questa modalità – quanto alla perdita di quei momenti di socialità e scambio di idee tra colleghi, di fronte alla macchinetta del caffè dopo una lezione impegnativa. Già in un articolo precedente avevo accennato, attraverso l’esperienza di due insegnanti delle scuole primarie, alcuni degli effetti negativi sull’apprendimento dovuti alla mancata interazione tra docente e studente in presenza. In questa sede vorrei invece parlare di un’altra fetta di popolazione che è costituita dai neolaureati e dai giovani adulti che stanno entrando proprio adesso nel mondo del lavoro, come me. Spesso parlando con amici e conoscenti di questa situazione è emerso il comune sentimento di smarrimento, della mancanza di speranza nel futuro. Non mi riferisco alla crescente disoccupazione giovanile – questione innegabile di cui in Italia si dibatte ormai da anni – ma all’incapacità di immaginare il futuro.


Il vocabolario Treccani fornisce diverse sfumature di significato del verbo immaginare, specificando che “in quasi tutti i suoi sign., è assai comune, accanto a immaginare, la forma immaginarsi (cioè «immaginare a sé, dentro di sé»), che meglio esprime il carattere interiore, soggettivo, dell’attività immaginativa, astratta dai suoi rapporti con la realtà.” In un classico dell’Antropologia Culturale Arjun Appadurai (2004) sostiene che l’immaginazione è qualcosa che caratterizza l’epoca contemporanea, “parte del lavoro quotidiano della gente comune in molte società” (Appadurai, 2004: 13). Secondo l’autore indiano infatti grazie alla diffusione dell’accesso a internet, sempre più le informazioni, le idee e le rappresentazioni che circolano nel web creano delle comunità che definisce diaspore della speranza. Con questa espressione si rimanda a gruppi transnazionali di persone tra loro in contatto, nonostante la distanza fisica, che “si caricano della forza dell’immaginazione, sia come memoria, sia come desiderio” (Appadurai, 2004: 13). “Immaginazione” è diverso da “fantasia”: il secondo termine rimanda a qualcosa di intangibile che rimane nel mondo delle idee, mentre il primo indica quella che in antropologia viene definita agency (“agenzia”, “agire”). Immaginare è la prima forma di azione e propulsione dell’individuo: immaginare il futuro vuol dire costruirlo.

In questo momento di apparente passività e inerzia come possiamo immaginare il futuro? O meglio: come possiamo agire senza immaginare il futuro? E poi ancora mi chiedo: se dessimo per buone le riflessioni di Appadurai (2004) e riconoscessimo la centralità dell’immaginare nella vita quotidiana di ciascuno di noi, quale sarà l’impatto dell’incapacità di farlo sul futuro che stiamo costruendo? Come risvegliare dal torpore i giovani adulti che dovrebbero poter avere la possibilità di immaginare e progettare infinite strade, in questo scenario?

L’incertezza della vita, condizione irriducibile della realtà che da sempre gli esseri umani cercano di rinnegare costruendo modelli epistemologici del mondo, torna a farci visita. La pandemia ha scrollato quelle certezze che c’eravamo incollati addosso e il sentimento generalmente diffuso è quello di inquietudine. La caducità della vita e l’ignoto che persiste rendono impossibile immaginare ciò che potrà essere. Come sempre l’antropologia più che dare risposte, ci conduce a una riflessione. Forse è proprio in questo momento di apparente inerzia che dovremmo fermarci e pensare: che futuro stiamo costruendo?


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