Ciniche Considerazioni sull'Apocalisse Climatica

Durante il World Economic Forum tenutosi nel 2020 a Davos, Greta Thunberg ha esortato i leader mondiali ad agire, invece di rimanere inermi di fronte alla corrente apocalisse climatica e scaricare le proprie responsabilità sulle spalle delle generazioni future.


La nostra casa va a fuoco. E la vostra inerzia sta alimentando le fiamme di ora in ora. Noi siamo ancora qui a dirvi di avere paura e a chiedervi di comportarvi come se amaste i vostri figli più di ogni altra cosa"

Come aveva spiegato l’anno precedente nella stessa occasione, e numerose volte prima di allora la scelta è una scelta semplice:


“O impediamo che la temperatura terrestre salga di 1.5 ° C, oppure no. O impediamo che si inneschi una reazione a catena irreversibile, oltre il nostro controllo, oppure no. O scegliamo di continuare ad esistere come civiltà, oppure no. Più bianco e nero di così si muore. Non esistono vie di mezzo quando si parla di sopravvivenza.”





L'obiettivo di entrambi gli interventi non è semplicemente di sensibilizzare i propri ascoltatori, bensì è quello di instillare il panico perché dopotutto dimezzare le emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera è di fatto una questione di sopravvivenza. La paura evocata da Greta non è una paura qualsiasi, è una paura esistenziale, atavica che minaccia il nostro senso di sicurezza ontologico, in quanto getta sulla popolazione mondiale l’ombra scura della morte. O le cose cambiano, o meglio, o cambiamo le cose, o tra 1000 anni scarabei giganti laureati in paleontologia speculavano sulle ragioni della fine della civilizzazione umana. E una volta che l’umanità intera comincerà ad avere paura? Nella migliore delle ipotesi i leader mondiali cominceranno a prendere sul serio gli scienziati e ad implementare tramite provvedimenti d’emergenza le misure necessarie per bloccare le emissioni e salvare il pianeta. Nella peggiore delle situazioni si daranno la colpa l’un l’altro, tirandosi i capelli e andando a piangere dalla mamma. Nel frattempo Greta parla, e checchè ne dicano gli scettici, non sono solo parole. Le sue parole, i suoi discorsi fanno parte di un processo volto a trasformare il riscaldamento globale in un problema di sicurezza.


Una questione politica diventa una questione di sicurezza nel momento in cui viene percepita come una minaccia ai valori fondanti e/o all’integrità fisica di un dato gruppo. La percezione di una minaccia come tale gioca quindi un ruolo maggiore nell’attivazione dei meccanismi di difesa necessari a contenerla che la pericolosità oggettiva che la minaccia in questione comporta. Per esempio, un barcone pieno di migranti può essere trattato sia come un problema di sicurezza, sia come una questione umanitaria ed amministrativa. La differenza fondamentale tra problemi considerati di ordinaria amministrazione e quelli di sicurezza è la dimensione di urgenza che li caratterizza: le misure di contenimento devono essere messe in atto il prima possibile, anche a costo di limitare le libertà dei singoli individui. Più il livello di allerta sale, più sacrifici saranno richiesti ai cittadini. Nel caso del COVID-19, la pandemia è passata dall’essere un problema prettamente sanitario ad un problema di sicurezza nazionale. A Gennaio il governo italiano ha dichiarato un stato di emergenza, di modo da poter ricorrere a misure straordinarie per garantire l’incolumità dei propri cittadini. In pratica, ha cominciato a sfornare una serie infinita di DPCM che hanno avuto numerose controindicazioni, tra cui limitazione della libertà di movimento, crisi economica, rabbia e l’introduzione di mascherine monouso riutilizzabili. Come ognuno di noi sta vivendo sulla propria pelle nel quotidiano le restrizioni sono direttamente proporzionali al livello di rischio. In breve, più cresce il numero di infetti più aumentano le possibilità a dover rinunciare alla vacanza dei sogni o alle nostre prospettive lavorative e di guadagno.


Parallelamente quindi, traslare la questione della crisi climatica nell’ambito della sicurezza avrebbe delle conseguenze non indifferenti in quanto implicherebbe una riforma sistematica del sistema economico globale immediata. Va comunque tenuto a mente che i sacrifici necessari per risolvere la situazione saranno sempre e comunque inferiori rispetto ai sacrifici necessari per gestire la situazione una volta che la temperatura mondiale sarà salita di un altro grado e mezzo. Acquazzoni, desertificazione, incendi, pandemie, estinzione di interi ecosistemi, l’innalzamento delle acque trasformeranno il nostro quotidiano in uno stato di emergenza dietro l’altro. Da un punto di vista securitario il discorso che Greta Thunberg fa ha una serie di risvolti molto estesi che vanno a toccare non solo il nostro futuro ma che richiede un parziale se non completo sacrificio del nostro stile di vita corrente, ma che al contempo garantisce un futuro non dominato da politiche di emergenza. Il che ci porta alla seconda parte del nostro discorso.


Chi ha il potere di trasformare una questione di ordinaria amministrazione in una questione di sicurezza? La risposta è ovviamente la politica, o meglio lo stato o una qualsiasi altra autorità preposta che detenga poteri ad esso analoghi – anche un war lord o la mafia per intenderci. Uno stato per essere considerato tale, per lo meno da un punto di vista fattuale, viene considerato tale se detiene il controllo sul proprio territorio, insieme alla capacità di difendersi da minacce esterne; la capacità di dettare legge, di farla rispettare e quindi il monopolio della forza. Queste caratteristiche che Weber identifica da un lato sono chiaramente delle linee guida a cui fare riferimento piuttosto che delle verità universali, dall’altro ci aiutano a capire che uno stato non è definito dal tipo di forma politica che lo rappresentano (democrazia, dittatura..), ma dalla capacità di esercitare il proprio controllo sulla popolazione. In una democrazia, meccanismi quali l’esistenza di un parlamento e di un governo eletto su voto popolare servono a legittimare il potere dello stato. Sia che effettivamente di supporto si tratti, sia che sia la passiva accettazione di anime rassegnate al peggio.


Di conseguenza, nel momento in cui la cittadinanza smette di supportare lo stato, l’azione del governo perde automaticamente legittimità. Se pensiamo alla pandemia di COVID-19, se gli italiani decidessero in massa che il virus non esiste i DPCM sarebbero carta straccia. Ma perché questa lunga e noiosissima premessa è necessaria? Perché dopotutto il supporto popolare non è l’unica forma di legittimazione di uno stato, perché in fin dei conti lo è anche la paura e perché in fondo in fondo forse un po sadica lo sono. Ora come ora per quanto riguarda l’ambiente abbiamo paura ma non abbiamo ancora raggiunto l’apice del terrore. L’Italia non è ancora un deserto, per la pandemia possiamo ancora dare la colpa ai cinesi e glissando sugli effetti della deforestazione, e degli incendi ai gender reveal parties anche se in Italia non siamo poi così tanto di moda. A questo punto vi vorrei fare una domanda: quando preferireste che i governi cominciassero a prendere sul serio il riscaldamento globale? Oggi, quando possiamo ancora cambiare le cose e dopotutto la paura che ci spinge all’azione è la proiezione di studi scientifici o domani quando meccanismi di emergenza si attiveranno in automatico perché le minacce che ci troveremo di fronte saranno così oggettive da non poter essere ignorate? In uno stato di costante minaccia quanto tempo pensate impiegheranno gli stati a trasformare una situazione di emergenza in uno stato di emergenza? Ovvero uno stato in cui la paura regna sovrana e la libertà viene costantemente sacrificata nel nome della sicurezza.


Certo qualora quindi la crisi climatica diventasse ufficialmente una questione di sicurezza, la riduzione della produzione dei gas serra acquisirebbe la priorità su ogni altra questione. Il sistema economico corrente verrebbe sostituito da un nuovo sistema orientato al riciclo, invece che al consumo. Il mercato delle energie alternative esploderebbe a scapito dell’ormai desueto petrolio. Industriali imbufaliti si troveranno a dover riorganizzare il loro intero sistema di produzione. Si perderebbero migliaia di posti di lavoro, e se ne distruggerebbero altrettanti. Saremmo costretti ad andare in giro in bicicletta o col monopattino in pieno inverno perché le macchine elettriche costerebbero troppo e quelle a benzina si ridurrebbero a meri echi di un burrascoso passato. Insomma, il mondo cesserebbe di esistere per come lo conosciamo e per quanto scienziati, studiosi e ambientalisti abbiamo passato decenni a pensarlo sarebbe un mondo sconosciuto, terrificante ed eccitante allo stesso tempo. Eppure, quale alternativa abbiamo? La nostra era è stata definita Antropocene dagli studiosi. Chissà come verrà soprannominata la prossima. La scelta è della politica: agire o rimanere inerti e quindi semplicemente reagire alle circostanze ambientali, sociali, economiche e politiche.


Greta nel frattempo parla, parla nelle orecchie di chi ha potere e nelle orecchie di chi ha voglia di cambiare le cose. Greta parla ma non sono solo parole. La gente l’ascolta, scende in piazza, si organizza, litiga. Mobilita consensi da ogni angolo del mondo. La forza intrinseca di evocare una minaccia alla sicurezza ne è al contempo la sua debolezza, e la discussione attorno ai cambiamenti climatici non fa eccezione. Per gli ambientalisti è una questione di sicurezza, per la politica è una questione ambientale, economica e sociale. Scendere in strada e manifestare è un modo per cambiare la percezione del problema e chiamare in causa la politica. Certo, richiede tempo, e i risultati non sono assicurati, ma è tutt’altro che inutile. Al contrario, le parole sono parte integrante del processo di cambiamento perchè dopo tutto le parole hanno un potere trasformativo. Nel frattempo non ci resta che attendere l’inizio di un nuovo e sconosciuto domani.







Fonti:


P. D. Williams (2013) Security Studies an Introduction, Routledge, Cap. 1, 7, 21.

Our House is on Fire

https://www.youtube.com/watch?v=U72xkMz6Pxk

( Greta ha inoltre tenuto un altro discorso a Davos similarmente intitolato Our house is STILL on fire. Link e traduzione in italiano: https://www.iconaclima.it/estero/clima-estero/discorso-video-greta-thunberg-davos/













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Creato il 27/08/2015

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