Confinamenti a confronto: attesa, telefoni e folla

Aggiornato il: ott 22

I migranti e le migranti spesso si sono trovati e trovate in un confinamento nel loro percorso di accoglienza, come è accaduto a molti italiani e italiane in questo momento storico. Che cosa abbiamo in comune? Che cosa ci rende simili? Nelle righe successive troverete qualche risposta a queste domande.



In questo periodo ho guardato molto più spesso la televisione e ho cercato di aggiornarmi quotidianamente sulle questione COVID-19. Ho ascoltato le testimonianze di molti italiani e italiane, ho cercato di aggirarmi attraverso video-chiamate e email tra le case di molti e molte per conoscere le loro esperienze di confinamento. Quello che però mancava nella mia ricerca, e nelle notizie dei telegiornali, era l’esperienza di persone che avessero già vissuto un confinamento o che si trovassero in un doppio confinamento. Così ho cercato testimonianze di chi in passato mi aveva parlato del proprio isolamento non volontario.


Un mio caro amico incontrato tempo fa in un CAS (centro di accoglienza straordinaria), e uscito da poco dal sistema diaccoglienza mi ha fatto ragionare sul concetto di empatia, che attraverso le sue parole e le mie riflessioni svilupperò nelle prossime righe.

L’attesa


“ Io alla fine ero abituato ad aspettare nel centro e a non sapere quando sarei stato chiamato dalla Commissione. Ero costantemente in attesa, senza una data. Aspettavo. Ho imparato ad essere paziente, e ad essere tollerante con il sistema. Forse adesso capirete un pò di più cosa si prova ad aspettare, a non poter uscire, a resistere all’incertezza. Sai, spero che ci capiremo di più” (Y, 30)


Il tempo dell’attesa in cui molti richiedenti asilo si trovano è stato studiato da accademici interessati alla migrazione in diverse forme e i libri Ethnographies of waiting: Doupt, Hope and Uncertainty scritto da Manpreet K. Janeja e Andreas Bandak e While We are Waiting scritto da Jan-Paul Brekke ne sono un interessante esempio. In entrambi i testi viene sottolineato lo stato di attesa che molti migranti si trovano a vivere nel paese di arrivo, che spesso può portare ad una perdita dell’orientamento, della propria qualifica educativa e ad una diminuzione della volontà di volersi integrare. In un senso diverso, succede loro quello che sta succedendo a noi italiani e italiane in questo momento di confinamento. Per alcuni questo momento è più traumatico di altri o altre, perché la morte o il dolore ha preso più spazio, ma tutti e tutte aspettiamo una data, una risposta, un percorso da seguire. L’unica attività lecita è l’aspettare o il crearsi una dimensione nuova in questo spazio sospeso. Come ci sentiamo in questo momento? Riusciamo ad empatizzare maggiormente con “l’aspettare senza limiti?”.



Il telefonino


La nostra migrazione non è avvenuta da Bamako a Lampedusa, ma da uno spazio collettivo ad uno spazio solitario. Si tratta sempre di un viaggio, con caratteristiche e modalità differenti. Qual è la cosa che utilizziamo di più? Qual è l’oggetto che teniamo maggiormente tra le mani e ci permette di sentirci collegati con la sfera affettiva e familiare? Il telefonino: quell'oggetto così criticato nelle mani dei migranti e delle migranti.

Mapping refugee media journey: smartphones and Social Media Networks è uno studio effettuato dalla Open University e France Medias Monde sull’utilizzo degli smartphones da parte dei migranti e delle migranti nei loro viaggi verso l’Europa. In questa ricerca emerge che i ruoli del telefonino sono prevalentemente tre: favorire il mantenimento dell’identità socio- culturale, facilitare l'informazione e permettere l’espressione di sé. Per mantenimento dell'identità socio culturale si intende la costante relazione con la propria famiglia e i propri centri sociali, e una ricerca di continuità nel mantenere le proprie credenze ( ascolto del muezzin via radio, messe evangeliche tramite video ect). L'informazione permette di comprendere dove ci si trova geograficamente, politicamente e socialmente. Informarsi tramite il telefono è una costante del viaggio dei migranti grazie all'aiuto di traduttori e informazioni nella propria lingua. L'espressione di sé si traduce invece nella spedizione di foto ai propri cari o le proprie care, in stati Twitter, in aggiornamenti su Facebook che parlano del viaggio o del bisogno d'aiuto.

E noi perché usiamo il telefono durante questo viaggio? Qual è la motivazione principale? Mantenimento dell'identità socio-culturale, cercare informazioni e esprimere il proprio sé.


La folla che si sposta


Quando è iniziata la corsa verso i treni per il Sud, o verso la propria casa natia non appena è scoppiato il virus, ho subito pensato ai bisogni che spingessero a "scappare". Stare vicini alla famiglia in un momento di crisi, avere paura di non rivedersi più, il timore di un'interminabile chiusura dei confini. Le stesse che probabilmente hanno spinto molti e molte a non seguire i regolamenti, aggirarli o a violarli consapevolmente. Il nostro bisogno di affetto e sicurezza ci ha fatto prendere le prime cose che avevamo sottomano e scappare. La necessità di un abbraccio ci ha fatto rischiare multe, posti di blocco, confini.


"Sono scappato dalla persecuzione, lasciando tutto, tutto. Tutti. La paura mi ha spinto a partire. Come è successo a molti italiani. Il mio mostro era il governo. Il vostro, nostro è la pandemia" ( Y, 30)


E i migranti perché si spostano? Per scappare da un contesto socio-culturale di conflitto, da uno spazio di insicurezza, da confini non sicuri. Violano leggi di frontiera per avvicinarsi e raggiungere un nuovo contesto, che possa donar loro maggior pace. Si muovono insieme, scappando. Sono folla che si sposta, non in treno, ma con jeep che attraversano il deserto, a piedi o su una barca in mezzo al mare.


Viaggi diversi, ma bisogni simili. Paure diverse ma reazioni simili. Due folle diverse che si muovono, ma esseri umani, con bisogni e azioni più analoghe di quanto pensassimo essere possibile. In situazioni di emergenza e paura, in un certo senso allo stremo, reagiamo nel medesimo modo. Due confinamenti a confronto che spero possano mettere in luce la nostra umanità e la nostra fragilità collettiva espressa in forme differenti: il nostro comune bisogno di sicurezza.


Spero che questa quarantena in cui siamo stati tutti migranti, sicuramente con privilegi differenti, in balia dello spazio individuale a cui non eravamo abituati, ci abbia avvicinati e incuriositi.


Chiara Gunella







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Creato il 27/08/2015

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