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Crisi Identitaria tra Statue, Cubismo e Transformers



Cosa hanno in comune Pablo Picasso, Indro Montanelli, e Megan Fox? Prometto che non è una freddura, questi personaggi hanno veramente qualcosa in comune. Sono tutti personaggi di grande fama, la cui immagine pubblica e privata divergono in maniera considerevole. Sono tutti personaggi la cui fama ha il merito e il difetto di oscurarne la personalità.

Pablo Picasso, nato il 25 Ottobre 1881, è un celebrato pittore. Senza di lui non esisterebbe la corrente artistica del cubismo. La multiforme natura della realtà avrebbe continuato ad essere limitata in un unico punto di vista. Privata della quarta dimensione. Senza Picasso chi lo se la dimensione temporale dell’esistenza avrebbe mai potuto essere catturata sulla superficie bidimensionale di una tela. Opere quali Il Guernica e Les Demoiselles D’Avignon non esisterebbero. Eppure, chi era anche Picasso? Picasso era uno stronzo misogeno e violento.

Senza Picasso, avremmo comunque avuto Cézanne e Braque.

La sua statua di Indro Montanelli, eretta a Milano simboleggia la libertà di parola. Visto il suo lavoro da giornalista, Montanelli è spesso rappresentato come un gigante del giornalismo. Un esempio da seguire per chiunque abbia deciso di dedicare la propria vita alla ricerca della verità. Un uomo, simbolo dell’eccellenza italiana. Eppure, chi era anche Indro Montanelli? Montanelli, era un uomo che tra le altre cose durante il servizio militare in Etiopia aveva sposato una ragazzina di 14 anni dopo averla comprata al padre, perchè la loro a quell’età sono già donne.

Senza Indro Monatanelli, avremmo comunque avuto Oriana Fallaci ed Enzo Biagi.

E Megan Fox? Cosa avrà mai fatto lei nella vita a parte la sex simbol e Transformers? Era una donne già bella di suo che ha dovuto comunque rifarsi il naso. Col suo talento, avrebbe dovuto ringraziare per la fortuna di recitare in un film del genere, ma durante le riprese si é resa talmente sgradevole a tutti da essere licenziata. É una bellezza mozzafiato, ricca e famosa. Cosa vuole di più dalla vita? Eppure, le cose di cui Megan Fox si lamentava erano il trattamento sessista subito ripetutamente dal regista Michael Bay. Il suo errore? Averlo fatto prima che scoppiasse lo scandolo Weinstein.

Perché senza Megan Fox, ci sarebbe comunque stata un’altra attrice ad essere disposta ad essere trattata in quel modo.

In questo articolo non mi soffermerò sul tema della misoginia, ne argomenterò che la misoginia é una prerogativa prettamente maschile – vedi Marion Zimmerman Bradly e tante altre, ne che gli uomini non possano essere discriminati. Quello che mi interessa osservare è l’impatto che il ruolo sociale giocato da una persona ha sull’immagine colletiva della stessa. Ovvero, sotto che spoglie mi presento al mondo? Come vengo percepito? Ma sopratutto perché? Nel piccolo, ognuno di noi sceglie in che modo presentarsi al mondo, e così facendo sceglie un determinato ruolo sociale. È però necessario specificare che ognuno di noi puo ricoprire svariati ruoli sociali simultaneamente e nel corso della propria vita. Inoltre, il ruolo che finiamo per ricoprire riflette chi siamo o chi desideriamo essere. Qualifiche qual attore, scrittore o semplicemente padre sono al contempo indice di come la società e di come vogliamo essere visti. Eppure, non sempre le dimensioni collimano. Magari, io sono una madre snaturata e non voglio avere contatti con i miei figli. Eppure, per quanto io possa provare a svincolarmi dall’immagine di madre, non potrò farlo. Fatta eccezione per cause di forza maggiore, quali un’amnesia collettiva. Un artista può desiderare di essere riconosciuto come tale per tutta la sua vita, senza però mai riuscire ad esserlo. Nonostante ciò, volenti o nolenti il ruolo sociale che finiamo per ricoprire diventa parte integrante della nostra identità, o meglio della nostra identità sociale. Cio si verifica in quanto il nostro modo di apparire e comportarci in società determina la visione che l’altro ha di noi: ‘chi sono io per gli altri?’ Attenzione, perchè la risposta a questa domanda non coincide alla risposta alla domada: ‘chi sono io? ’

Spesso, la celebrità comporta l’appiatimento dell’identità sociale di una persona. Ovvero, l’identità del singolo viene ridotta ad uno specifico ruolo sociale. Megan Fox diventa una bomba sexy, Montanelli un giornalista eccezionale e Picasso il cubista per eccellenza. L’essere umano trascende se stesso, diventa simbolo esso stesso un simbolo. Smette di essere sensuale e diventa la sensualità, smette di essere un giornalista e diventa la libertà di parola, smette di dipingere e diventa l’arte stessa. Eppure, trascendere ha un prezzo: la perdita della propria umanità, della propria complessità e individualità. Trascendere implica divenire il proprio ruolo sociale, diventando il riflesso di ciò che la società pensa di noi. Il risultato? Accuse di molestie sessuali diventano uno scherzo, una battuta, perché, in fondo dopotutto una bomba sexy non può avere talento e a qualcuno l’avrà pur data per ottenere il suo ruolo. Al contrario, misogeni, stupratori razzisti vengono sollevati da ogni responsabilità in nome del loro genio, perché dopotutto tutti noi abbiamo commesso degli errori, e in ogni caso comunque sono tutte calunnie. Trasformare persone in simboli quindi finisce per trasformarle in una sottospecie di semidei, alterando così l’effettiva portata dei torti commessi o subiti. Nel caso in cui questi semidei siano tuttora in vita, l’aura di santità, se non immeritata per lo meno fuorviante, a volte gli garantisce l’impunità, altre la lapidazione.

Cosa vuol dire tutto questo? Dobbiamo abbattere tutte le statue? Darci alla censura e al buonismo? No. Chi cerca una risposta facile, qui non la troverà. La storia ci ha più e più volte dimostrato che la ricerca del divino è una ricerca intresicamnete umana. Eppure, la consapevolezza di ciò non ci solleva dalle responsabilità delle nostre azioni. Condonare comportamenti sbagliti in nome di meriti completamente svincolati non è semplicemente eticamente e moralmente sbagliato, è totalmente illogico. Non ha senso dire che un artista non puo essere uno stupratore perché è famoso. Ed è qui che le cose si complicano. Separare l’artista dall’opera non significa controbattere ad un’accusa di misogenia sostenendo che apprezzandone l’arte non se ne condona il comportamento, perché così facendo invece di parlare di misoginia si finisce per parlare di arte o nella maggiorparte dei casi di litgare. Involontariamente si finisce per fare esattamente il contrario di ciò che si era prefissati.

Direte voi chissene frega se Montanelli era uno stronzo misogeno. Tanto è morto. Vero, lui è morto, ma non tutti gli stronzi di questo mondo lo sono. Parlarne è necessario e a volte discutere del fatto che celebri personaggi del passato dopotutto non fossero poi santi, bensì dei comprovati misogeni, è un buon punto di partenza. Perchè il fulcro della discussione non è se la statua di Montanelli debba essere tirata giù o meno. Il fulcro del discorso è che il potere e la fama offrono impunità. Il potere perché obbliga l’altr a vederci come vogliamo essere visti, la fama perché ci riduce ad un’immagine bidimensinale di noi stessi.

Discutere dei torti commessi ha uno scopo triplice. Fama e potere sono elementi che esemplificano la posizione sociale degli individui. Possederli significa essere percepiti come persone di successo, in cima alla piramide sociale. Mettere in discussione tali figure quindi automaticamente implica mettere in discussione la costruzione del nostro ordine sociale, gerarchico e gli attributi necessari per raggiungere la vetta. Denunciare Weinstein, implica mettere in discussione la legittimità del suo comportamento in quanto sigolo. Il movimento #metoo al contrario, implica una critica ai meccanismi che hanno fatto in modo che Weinstein al giorno d’oggi avesse potuto rimanere impunito tanto a lungo. Criticare e rimettere in discussione figure quali Picasso e Montanelli, implica una riflessione storica. Implica chiedersi l’origine profonda dalla quale il problema nasce. Implica riallineare i simboli al pensiero e ai valori correnti di una società. Implica chiedersi: ‘chi siamo noi? Quali sono i nostri valori? Cosa o chi li rappressenta?’ Non significa negare la bellezza di un quadro o la profondità di un pensiero filosofico. Significa separare l’artista dall’opera. Celebrarne l’opera senza idealizzare l’artista. Eppure, il concetto di noi, di come un gruppo (es. gli italiani, piuttosto che i cattolici o gli afro-americani) legge e interpreta se stesso è una percezione. Più il gruppo di appartenenza è vasto, più la nostra percezione di esso si astrae, sfugge alla percezione dei sensi e si trasforma in un concetto astratto, che definisce l’individuo ma che è al contempo definito dalla percezione che ogni individuo ha di se, del proprio ruolo e del noi. Si crea quindi un dialettica per la quale l’individuo incontra e rielabolari i propri valori sia singolarmente che collettivamente, grazie alla propria identità sociale. I singoli individui influenzano il tutto così come il tutto influenza i singoli indivudui.

Mettere in questione la realtà che ci circonda e i simboli che la rappresentano è quindi un modo per cambiare la visione che la società ha di se stessa. Per far emergere problemi e ingiustizie che la caratterizzano, dare inizio ad una riflessione sulla direzione che vorremmo la realtà prendesse e su chi ha il diritto di essere ascoltato. Picasso era misogeno, Montanelli sia misogeno che razzista. Nella loro metamorfosi in simboli quali voci sono state ignorate? e perché?

Perciò salutandovi vi chiedo: chi siete? Chi vorreste essere? E perché?


Beatrice Malaguti



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Creato il 27/08/2015

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