Dighe, piogge e antenati: un popolo indigeno messicano contro un progetto idroelettrico

Conflitti ambientali e popoli indigeni


Negli ultimi anni in America Latina si sono susseguiti una grande quantità di conflitti ambientali, che hanno ricevuto un livello variabile di attenzione da parte dei media nazionali e internazionali.

Alcuni di questi conflitti coinvolgono comunità indigene, che hanno visto come il proprio territorio sia diventato oggetto di estrazione di risorse, o teatro della creazione di grandi infrastrutture: autostrade, dighe, centrali elettriche etc.

Nei casi in cui i popoli indigeni sono coinvolti in questi conflitti, oltre ai problemi comuni a tutti (perdita del territorio e delle risorse, radicale trasformazione dello stile di vita, inquinamento delle acque e dei suoli, etc.) emerge un ulteriore livello di problematicità: capita spesso infatti che le comunità indigene scelgano di opporsi a questo tipo di progetti perché questi causano la perdita di luoghi sacri fondamentali per la loro riproduzione sociale e culturale.

In questi casi, il conflitto non è legato solo all’uso più o meno sostenibile delle risorse o ai problemi ambientali, si tratta del conflitto tra modi diversi di concepire il territorio, tra diversi punti di vista sul mondo e sugli esseri che lo abitano.

Nel contesto della grande quantità di conflitti ambientali in America Latina, l’antropologa Marisol De la Cadena in un noto articolo (De la Cadena 2010) ha riflettuto sulle strategie politiche messe in campo dai popoli indigeni, sul coinvolgimento, da parte di questi ultimi, di entità non umane nell’arena politica del conflitto.

In questo testo mi occuperò di un caso di conflitto ambientale in Messico, che ha visto coinvolti, da una parte la compagnia elettrica nazionale, e dall’altra il popolo Náayeri, abitante della Sierra Madre Occidental. L’oggetto del contendere è il progetto di costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume San Pedro nello stato nord occidentale del Nayarit.



Il progetto idroelettrico Las Cruces e il popolo Náayeri


La Comision Federal de Electricidad nel 2008 ha iniziato a promuovere la costruzione di una centrale idroelettrica sul fiume San Pedro, nello stato di Nayarit, in Messico. Nel 2014 il progetto ha ottenuto i permessi ambientali necessari per legge, in seguito ad una valutazione da molti giudicata superficiale e inesatta. A partire da questa data, è sorto un movimento di intellettuali, ambientalisti e popoli indigeni che si oppongono al progetto.

Dal punto di vista ambientale, il danno principale del progetto sarebbe l’interruzione del flusso del Rio San Pedro, che trasporta acqua dolce e nutrienti alla riserva della biosfera di Marismas Nacionales.

Questa riserva, oltre ad essere uno dei boschi di mangrovie più estesi dell’Oceano Pacifico, fa parte della convenzione Ramsar per la protezione degli uccelli e ospita una grande quantità di mammiferi rari.

Per quanto riguarda invece gli aspetti sociali e culturali, oltre ai problemi socio economici che causerebbe la diga (perdita dell’accesso all’acqua per le comunità a valle della diga), non vanno sottovalutati anche quelli religiosi e simbolici. La costruzione della diga causerebbe infatti la perdita di 14 luoghi sacri frequentati prevalentemente dal popolo Náayeri e in misura minore dagli O’dam e dai Wixaritari. Perdere i propri luoghi sacri e non poter più svolgere i rituali ad essi connessi significa, per questi popoli, essere costretti ad interrompere le proprie relazioni con il territorio e con le divinità, e quindi non essere più in grado di fare la propria parte per garantire la continuità delle stagioni.

Il popolo Náayeri vive sulle montagne della Sierra Madre Occidental, in particolare nello stato di Nayarit, in Messico.

L’isolamento del loro territorio e un insieme di fattori politici ed economici hanno fatto sì che la conquista dei Náayeri avvenisse molto tardi rispetto a quella di altri popoli messicani: gli ultimi bastioni di resistenza cora caddero nel 1721. Il processo di evangelizzazione di questo popolo è stato anch’esso piuttosto frammentario e i Náayeri si sono appropriati dei precetti imposti dai religiosi cattolici in modo originale, integrandoli nel proprio ciclo rituale e nella propria visione del mondo. Oggi la religiosità Náayeri è un insieme complesso di rituali, credenze e miti che attingono sia alla tradizione missionaria, che a quella pre ispanica.

Tra i molti rituali celebrati dai cora, ci sono quelli di transizione stagionale: a novembre, in concomitanza con la festa cattolica dei morti, si celebra la fine della stagione delle piogge, a giugno, in concomitanza con la festa di San Giovanni (o in alcune comunità della Santissima Trinità) si celebra invece l’arrivo della pioggia. Le piogge sono fondamentali non solo, ovviamente, per la coltivazione del mais, base della dieta di tutti gli indigeni messicani, ma anche perché sono associate dai Náayeri ai propri antenati che annualmente tornano a far loro visita sulla terra.

Due comunità Náayeri, Presidio de los Reyes e San Juan Corapan, celebrano l’arrivo delle piogge il 24 giugno, giorno di San Giovanni, lungo le sponde del fiume San Pedro. Durante questa celebrazione una piccola statua raffigurante san Giovanni battista viene portata in processione dalla chiesa di Presidio de los Reyes fino ai margini del fiume, in corrispondenza di una pietra chiamata Muxatena, che si trova in mezzo al fiume ed è riconosciuta come luogo sacro.

I luoghi sacri cora sono solitamente grotte, lagune, pietre e montagne che, secondo i Náayeri, impersonano gli antenati e gli esseri che hanno abitato la terra prima degli umani.

A Muxatena, la statua di San Giovanni riceve offerte di fiori, cotone, piccole somme di denaro, giocattoli rappresentanti gli animali domestici. Ciascuno di questi elementi ha l’obiettivo di veicolare le petizioni delle persone: pioggia, fertilità, benessere per le persone, gli animali e i raccolti.

Una volta che tutti hanno consegnato le proprie offerte, il santo viene portato a nuoto dall’altra parte del fiume, dove lo attendono gli abitanti della comunità di San Juan Corapan, che a loro volta lasceranno le loro offerte al santo.

Muxatena è uno dei 14 luoghi sacri che si perderebbero se venisse implementato il progetto idroelettrico Las Cruces: trovandosi a valle del luogo dove andrebbe costruita la diga, l’acqua smetterebbe di scorrere e i Náayeri e gli altri popoli della zona sarebbero costretti a smettere di celebrare i propri rituali di transizione stagionale. Come detto sopra, i rituali di transizione stagionale sono uno degli elementi fondamentali della religiosità di questi popoli, che stabiliscono una relazione di reciprocità con le divinità.

Per proteggere i propri luoghi sacri e quindi le proprie attività rituali, i Coras hanno scelto di allearsi con altri popoli indigeni coinvolti in conflitti ambientali (in particolare i Wixaritari, in lotta contro delle compagnie minerarie) e con alcune istituzioni accademiche e non governative.

Queste alleanze hanno spinto i Náayeri, tradizionalmente molto riservati rispetto alla propria vita rituale, ad aprirsi maggiormente verso l’esterno, e a rendere più visibili i propri rituali, utilizzandoli come strumento di visibilità politica, “coinvolgendo” le divinità a cui sono dedicati nel loro processo di resistenza al progetto.




Tanto i luoghi sacri come le divinità che li abitano sono stati chiamati in causa come alleati dei Náayeri, e sono stati fatti oggetto di rituali di “riparazione” per chiedere perdono per la minaccia di distruzione dei luoghi sacri.

Il progetto idroelettrico Las Cruces è attualmente sospeso, ed è stato tolto dal governo messicano dalla lista delle priorità energetiche nel quinquennio 2020-2025, più per mancanza di fondi che per il riconoscimento dei danni ambientali, sociali e culturali che la diga causerebbe.

La sospensione del progetto è solo in parte dovuta all’opposizione del popolo Náayeri e degli altri attori coinvolti, ma ha comunque significato un importante esperimento socio politico di alleanza tra popoli indigeni, organizzazioni ambientaliste e mondo accademico. Ciascuno di questi attori ha messo in gioco le proprie competenze e i propri punti di vista, con l’obiettivo comune di proteggere il fiume San Pedro e il bosco di mangrovie di Marismas Nacionales.

Non sempre è facile comprendere a fondo le ragioni per cui determinati popoli o comunità si oppongono a progetti che alterano il loro territorio e si tende spesso a farne, anche da chi è in buona fede, un problema di utilizzo delle risorse, o di inquinamento degli ecosistemi. È in questi contesti che l’antropologia può dare il proprio contributo offrendo gli strumenti per una più profonda comprensione delle posizioni dei popoli indigeni e una loro traduzione verso il mondo esterno. In questo modo si promuove una discussione e una riflessione che tengano conto di realtà che altrimenti sarebbero relegate all’ambito delle credenze.




De la Cadena, M. (2010). Indigenous cosmopolitics in the Andes: Conceptual reflections beyond “politics”. Cultural anthropology, 25(2), 334-370.


4 visualizzazioni0 commenti

Post recenti

Mostra tutti