Giocattoli e Genere

I giochi hanno un genere? No. Quando si parla di giochi si sottolinea spessa l’importanza educativa che essi hanno con * bambin*, in quanto in grado di stimolare la creatività, la fantasia e sviluppare determinati tipi di interesse. Una tesi valida e forse già sufficiente per non sottovalutare un aspetto così importante per la vita di ogni individuo, ma c’è molto di più.

Il gioco è presente in ogni cultura mai studiata fino ad ora, ma che cos’è esattamente? Come lo definiamo? Seguendo la definizione precedete, se un gioco avesse una funzione esclusivamente educativa, una volta portato a termine il suo compito non avrebbe più motivo di esistere, il gioco sarebbe solo un mero intrattenimento e quindi destinato a morire in età adulta. Per quanto questa possa essere una opinione largamente condivisa, (fortunatamente) non è così. Il gioco, o meglio l’atto del giocare non può essere relegato solo all’infanzia ed è sempre in grado di produrre qualcosa. Cosa? La società stessa. Un gioco crea uno spazio nuovo dove chiunque è costretto a riraccontarsi, vedersi con occhi nuovi e autodeterminarsi; crea nuovi spazi in cui possono nascere connessioni tra vari/nuovi individui. Quando si gioca l’essere umano è “poroso”, è predisposto all’ascolto, al confronto, ad accettare il cambiamento e il diverso da se. Il gioco esiste in tutte le fasce d’età e non solo deve essere considerato valido, ma è proprio necessario in qualunque contesto sociale!



Una volta colto il valore socio-poietico del gioco ci rendiamo conto che limitarne la pratica o, in questo caso dividerla in attività “per maschi/femmine” non solo è dannoso per il singolo individuo, ma anche per la possibilità stessa che il gioco offre di creare una società e una cultura più varia. Il gioco, per essere tale, deve essere libero, non può essere imposto da nessuno: bisogna essere liberi di giocare e di scegliere a cosa giocare, altrimenti non è un gioco. Il gioco, per essere tale, deve essere libero, non può essere imposto da nessuno: bisogna essere liberi di giocare e di scegliere a cosa giocare, altrimenti non è un gioco. Noi non abbiamo questa libertà? Una bambina o un bambino che va in un negozio di giocattoli non sceglie in totale autonomia che cosa comprare? Se è vero che i giochi non hanno un genere è vero anche che essi sono fortemente genderizzati da campagne marketing finemente studiate per targettizzare i prodotti per un pubblico specifico: i cosiddetti “maschietti” o “femminucce” (...che brutti termini). Non è un mistero infatti che i giocattoli siano fortemente riconoscibili in due categorie distinte: la prima con colori molto accesi come rosso, blu elettrico e nero e spesso racchiusi in scatole con sopra fulmini e fiamme. La seconda invece con colori più tenui o pastello come rosa, celeste o giallo, il tutto spesso abbellito da cuori, arcobaleni e stelle. L’estetica in sé del giocattolo non sarebbe assolutamente un problema se non fosse che è stato stabilito che queste due categorie devono essere separate: la prima appartenente ai maschi, la seconda alle femmine. Ciò che forse è meno noto è che i bambini e le bambine, quando devono scegliere un gioco, puntano sempre a ciò che per loro è più familiare: se sono un bambino (con la “o”) e mi è stato insegnato che il blu è un colore da bambino e sulla confezione blu di una macchinina c’è un bambino (come me), io sceglierò quella macchinina. All’età di tre anni l’individuo inizia a distinguere i due (soli) generi che la società propone e da questo ne sarà fortemente condizionat*. Le scelte che compiamo quando decidiamo un gioco quindi non sono totalmente libere né scaturite spontaneamente dalla “natura” del nostro sesso (se ho una vulv@ devo per forza sentire l’irrefrenabile desiderio di comprare una bambola?), ma suggerite da categorie sociali ben definite. Il gioco deve tornare ad essere libero per poter rendere libero l’individuo di compiere le proprie scelte e così formare (sì, anche attraverso il gioco) una società nuova.

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Creato il 27/08/2015

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