Hip Hop e Graffiti: dai Getto Nord Americani alle Installazioni Natalizie di Milano

Il fatto che quest’anno il periodo di Natale sia un po' strano per via della situazione pandemica, ha rinforzato la necessità di tradizione. Come ogni anno Milano è stata addobbata con luci colorate e diverse installazioni natalizie, forse nel tentativo di simulare una normalità che al momento sembra un ricordo lontano. L’antropologo, bisogna dirlo, non va mai in vacanza. Passeggiare per le vie illuminate del centro di Milano è sicuramente qualcosa di magico, di cui – in quanto essere umano – c’è bisogno. Eppure, non mi è stato possibile non soffermarmi a riflettere sulla scelta degli oggetti collocati per decorare la città: la mia attenzione è stata rapita da un installazione artistica in particolare. Alcune settimane fa, di fronte al Castello Sforzesco di Milano, è stato allestito un albero di Natale composto da pannelli piatti e canestri da Basket. In cima all’albero, come vuole la tradizione, è stata posizionata una stella gialla. Con l’aiuto di fari che ne illuminano la sagoma e il buio del cielo serale di Milano, questa installazione attrae molti passanti.

Gli elementi utilizzati per costruire l’albero sono oggetti e simboli che fanno riferimento alla cultura Hip Hop: i pannelli in legno che costituiscono la struttura sono decorati con scritte e segni che simulano il tratto lasciato dalla bomboletta spray, come nei graffiti.


I graffiti sono uno degli elementi artistici della cultura underground (letteralmente “sottoterra”): un movimento artistico-culturale diffuso nelle grandi città del mondo, nato nel Nord America, come forma di protesta nei confronti dell’organizzazione politico-economica globale (Gilroy, 1969). Più in particolare i graffiti sono una forma di riappropriazione dello spazio da parte di individui che vivono in condizioni di emarginazione economico-sociale. L’Hip Hop infatti è nato nelle comunità afro-americane, ai margini delle metropolis. La loro storia di precarietà socio-economica è riflessa nella condizione materiale del vivere in quelli volgarmente chiamati ghetti. Quindi, dall’esperienza di alienazione tanto politico-economica quanto sociale e materiale del “vivere nella periferia delle grandi città”, è nato questo movimento dissidente. Nel tempo si è esteso ad altri luoghi del mondo, dove cambia la composizione della minoranza emarginata ma persistono le stesse dinamiche di esclusione materiale – il confinamento fisico delle persone nei ghetti – e sociale – la privazione di diritti che permettano di vivere appieno come cittadini. Ora, l’albero underground di Milano non è però un’installazione abusiva: la caratteristica dell’Hip Hop al contrario è quella di occupare lo spazio senza chiedere permesso alle istituzioni. L'obiettivo è proprio quello di sovvertire il sistema socio-politico locale attraverso delle incursioni illegali – per questo spesso viene utilizzato il termine “vandalismo” in riferimento a queste manifestazioni artistiche. Nel momento in cui la tecnica dei graffiti viene utilizzata dalle istituzioni per decorare la città, possiamo ancora parlare di Hip Hop o di cultura underground?

L’antropologia, come sempre, più che delle risposte offre delle riflessioni con cui approcciarsi alla realtà con spirito critico. Per alcuni, infatti, questo albero che si trova a Milano potrebbe essere considerato come Hip Hop: ci sono simboli, rappresentazioni ed elementi che fanno riferimento a questa cultura. Però prima di rispondere a tale domanda, è bene partire da un presupposto. In the The perception of the environment, l’antropologo Tim Ingold (2000) si sofferma a riflettere sugli oggetti artistici. Secondo lui bisogna fare una distinzione tra le diverse concezioni di arte che le culture hanno elaborato: se nel nostro sistema di pensiero “occidentale” prevale l’attenzione per l’oggetto artistico finito, in altri universi culturali ciò che importa è il processo di produzione di tali artefatti. Seguendo la visione euro-americana, molti artisti creano le loro opere immaginando come dovranno essere una volta terminate. Però vi sono – come ci ricorda Ingold - altri modi di fare arte, come il creare per “l’esperienza in sé”: più che produrre l’oggetto immaginato, l’artista crea per il processo stesso della fabbricazione di arte. In questo senso possiamo ripensare al significato stesso della cultura Hip Hop ed underground. Per esempio: coloro che fanno graffiti per strada più che concentrarsi su l'armonia estetica del murales, danno valore all’esperienza adrenalinica dell’incursione in spazi pubblici. Ciò gli permette di canalizzare i sentimenti di rabbia e frustrazione che provano per la loro situazione di alienazione. Appropriarsi di luoghi che vengono negati, lasciare il proprio marchio sui palazzi, lungo i cavalcavia, sono forme di dissidenza che nel momento in cui vengono inserite in un contesto legale ed istituzionalmente riconosciuto, perdono la carica emotiva ed esperienziale che li contraddistingue. La crescente commercializzazione della street art ha reso possibile l’esistenza di questa particolare installazione natalizia a Milano, così come delle mostre nelle gallerie istituzionali dedicate a famosi street artists – vedi il caso di Bansky. In questo sistema economico capitalista in cui viviamo, ogni cosa “fatturabile” è ben accetta: tutto è commercializzabile

Concludendo, l’albero a Milano può essere considerato arte Hip Hop, ciò però comporta spogliare questa cultura di strada - nata come forma di dissidenza tra coloro che vivono al margine delle società - della causa stessa per cui è nata. Se volessimo riassumere in una frase il senso dell’Hip Hop, potremmo farlo attraverso una canzone degli Articolo 31 che fa: “Io sono Nessuno e rappresento tutti quei Nessuno che mi stanno intorno, persi in una routine uguale giorno dopo giorno. Sconvolti sul limite estremo, per tutti i Polifemo che prima o poi accecheremo”.


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