Ognuno si salva da solo

Durante i mesi della quarantena mi tormentava insistentemente una riflessione relativa alla capacità di comunicare delle persone soggette a quarantena forzata e, alle volte, a coabitazione coatta.

Indagando attraverso domande dirette, sia durante il Lockdown, sia durante la quarantena che nella fase a seguito della riapertura, posso constatare che sì le video call sono aumentate, lo smartphone è stato percepito come un'appendice del proprio corpo, i contatti con amici e parenti sono stati stimolati per potersi ancora sentire connessi a un mondo relazionale che si sgretolava. Un mondo di esperienze impalpabili che pareva ci si sgretolasse sotto i piedi, insieme alle strutture e riferimenti che fino a quel momento avevano scandito le nostre vite e che ognuno di noi, a suo modo, cercava di ricreare. Nonostante ciò, l’esperienza personale, di isolamento forzato, con tutte le conseguenze psicologiche, sociali ed economiche annesse, restava un’esperienza non condivisibile, restava relegata cioè alla sfera intima, individuale di ognuno. Chi ha perso un caro e non ha potuto ritualizzare e metabolizzare la perdita, chi è rimasto senza stipendio e non è più economicamente autonomo, chi senza cibo, chi senza prospettive o idee, chi muore dalla paura nel vedere cosa accadrà o non accadrà tra un mese. C’è chi è stato bene, chi il lavoro che faceva lo odiava e la quarantena gli ha dato la possibilità di frenare, abbandonare, cambiare strada. Chi, lavorando nell’alimentare, nella sanità, nella scuola, non si è visto portar via nulla. Chi, ora, pensa a dove trascorrere le vacanze ad agosto e chi invece a come sbarcare il lunario. Ognuno nella propria isola emozionale, individuale e ininfluente per l’esistenza di un soggetto altro.




Durante questa quarantena il sentire comune è stato anestetizzato anche da una retorica che tendeva a responsabilizzare soprattutto il singolo del suo comportamento; allungando distanze e riesumando categorie dall’inferno zombie delle categorizzazioni tra giovani e vecchi, meridionali e nordisti, malati e sani, angeli santi sanitari e sfigatissimi inutilissimi operai. In pratica, isolando ed etichettando ulteriormente le persone nella già individualizzata società capitalista nella quale viviamo.

Il fatto che degli individui appartenenti a una stessa comunità non siano nella condizione di poter condividere pienamente il loro sentire con l’altro ha come effetto, ed è anche la sua causa, un allontanamento tra soggetti e l’individualizzazione di un’esperienza che di base è comune, -è- collettiva. In Agire Comunicativo, Habermas, sostiene che un soggetto può esistere, e riconoscersi come esistente, solo tramite il confronto con l’altro e la comunicazione è il solo mezzo attraverso cui un soggetto può esistere. Di conseguenza, la costruzione di una collettività intersoggettiva tramite la comunicazione è l’unico mezzo dal quale può emergere il sentire comune.

Il soggetto ora emotivamente destabilizzato avrà la possibilità di rivolgersi a uno sportello online di sostegno psicologico per poter gestire la quarantena e le sue conseguenze pagando per poter parlare ed essere ascoltato; quando invece potremmo promuovere una politica della parola e della condivisione comunicativa, osteggiando atteggiamenti individualizzanti, esclusivisti, incominciando a sentire insieme ciò che di base è un’esperienza di vita comune.


Andrea Carla Volpe


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Creato il 27/08/2015

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