• RibaltaMente

Pandemia e altre Armi

Aggiornato il: lug 14

"La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrare con

le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è

noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte

d’Italia."

I promessi sposi




Se c’è stato un evento topico che ha scandito questa quarantena, accompagnato da quotidiane discussioni e alterazioni emotive, è stata la trepidante attesa familiare per qualsiasi notizia istituzionale riguardante il Coronavirus e la conseguente possibilità - illusoria il più delle volte - di poter comprendere la sorte di noi tutti. Il discorso di Borrelli alla stregua di Grosso, ultimo rigore, Berlino 2006, per intenderci. Le incomprensibili e poco rassicuranti parole di Conte, come Beautiful a casa della nonna, un’epopea infinita ma guai a cambiare canale. C’è stato però un aspetto di questa quotidiana litania che, dopo un’iniziale irritazione, mi ha portato a pormi alcune questioni sulla complessa ed intricata rete di significati che di volta in volta venivano attributi a quanto è stato definito “il nemico invisibile”: il linguaggio bellico e le metafore militari che hanno

accompagnato la narrazione mediatica degli ultimi mesi hanno contribuito alla particolare costruzione di immaginari della pandemia.L’identificazione della malattia con elementi di matrice bellico-militare non è affatto nuovo nel discorso pubblico e -più recentemente- mediatico. La peste di manzoniana memoria ne è di fatto un lampante esempio.

A partire dagli anni ‘70, Susan Sontag parlando di cancro e Hiv, ha posto l’accento sulla pericolosità del considerare il corpo come un campo di battaglia. “Non c’ è niente di più primitivo che attribuire a una malattia un significato, poiché tale significato è inevitabilmente moralistico”, afferma. Descrivere la sofferenza attraverso metafore belliche e in termini militari non solo è un atto morale che desoggettivizza i corpi malati di fronte alla fatalità di un evento, di un male incontrollabile, quanto più permette che la narrazione apra le porte a modalità di agire differenziate. Le metafore, come afferma il filosofo Ricoeur, non sono meri ornamenti stilistici, quanto immagini della realtà capaci di plasmarla, di ri-descriverla e conseguentemente riconfigurare la dialettica tra noi e il mondo, il nostro essere-nel-mondo. La creatività della narrazione presuppone dunque un’azione. Seguendo la scia della Scuola di Copenaghen, infatti, è possibile costituire un’importante connessione tra discorso e azione che ha implicazioni, ancora poco analizzate, a livello politico-securitario.

Quando il singolo soggetto malato finisce con il prendere le sembianze di un soldato solitario, un highlander a cui una società individualistica occidentale ed una certa filmografia holliwoodiana ci ha spesso abituato, ben diverse sono le implicazioni a cui porta questo tipo di linguaggio quando in atto c’è una pandemia. La malattia si espande, insidiosa, non tanto nel corpo del singolo quanto nel corpo sociale, ridefinendone i contorni. L’apparato militaresco, dunque, si fa più variegato e complesso: gli ospedali diventano “trincee”, i cittadini “soldati da retrovie”, il personale sanitario, “eroi”. Tutti siamo chiamati a compattarci di fronte al “nemico invisibile”, che, in quanto invisibile per natura, viene rappresentato e personificato nella figura dell’untore: il corridore solitario, passeggiatore seriale, il ‘senza-mascherina’.

L’azione individuale di quest’armata Brancaleone diviene la conseguenza di un processo securitario atto ad avvallare un immaginario bellico manicheo, in cui l’impegno all’agire si formalizza in pratiche fortemente radicate nel discorso da cui scaturiscono.

Un ultimo aspetto degno di nota a mio parere è la radice culturale all’interno del quale il discorso di guerra al Coronavirus si inserisce.

«Tra l'11 giugno 1940 e il 1 maggio 1945 a Milano sono morti sotto i bombardamenti della seconda guerra mondiale duemila civili, in 5 anni. In due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morte 11.851 civili, 5 volte di più. Un riferimento numerico clamoroso». 


Questo discorso, pronunciato ad aprile dal presidente della Protezione Civile Borrelli, ci pone di fronte a significati sottesi profondi. Qui non vi è solo l’accostamento all’immaginario della guerra, riferimenti vaghi e termini metaforici, bensì il confronto con un immaginario specifico di guerra localizzata. Una guerra intrisa di memoria in cui gli eventi storici ricorrono ancora nelle narrazioni e nei luoghi. Aldilà del particolare feticismo del dato numerico - la cui ossessività del periodo meriterebbe un articolo a parte -, il confronto con la specificità della seconda guerra mondiale a Milano apre la possibilità di immaginare la guerra per come è stata studiata, ascoltata, metabolizzata.



Se da una parte una didattica prescrittiva e generalmente etnocentrica ci ha abituato a guardare alla Storia superficialmente come il susseguirsi cronologico di battaglie manichee, allorchè ideologiche, dall’altra il profondo radicamento emotivo -chi non ha una storia sulla guerra di qualche lontano congiunto? - pone le basi per il trasferimento di un immaginario storico sociale allo stato attuale.

A questo proposito la nozione di nazio-ità introdotta da Benedict Anderson può aiutare a comprendere come i discorsi-azioni siano manufatti culturali di “tipo particolare che scatenano una legittimità profondamente emotiva”. Manufatti immaginati che malgrado ineguaglianze e sfruttamenti vengono sempre concepiti in termini di noi profondo, orizzontale cameratismo, allontanando i confini dell’umanità.



Sara Rawash


#ribaltamente #antropologia #guerra #covid #covid19 #quarantena #distanziamentosociale #coronavirus #etnografiadalbalcone #informazione

155 visualizzazioni

Copyright 2020

Creato il 27/08/2015

Clicca qui per i Limiti di utilizzo