Quando in salute e in malattia non è possibile: lo spazio della morte

Aggiornato il: ott 22


Il rito della morte è una costante antropologica poiché è presente e vivo in diversi contesti socioculturali e in epoche lontane e vicine. Com'è cambiato in questo momento storico? Nelle righe successive verrà analizzato come il rito della morte ha cambiato forma durante il periodo di confinamento dato dal COVID-19.



Alba, una psicoterapeuta di 60 anni, ha creato un centralino telefonico per le persone che hanno bisogno di orecchie, supporto e di colmare i silenzi. Dopo un’introduzione sul centralino, e le modalità di richiesta di aiuto le ho chiesto: “Potresti dirmi i bisogni principali delle persone che ti stanno contattando in questo momento?”


Uno dei motivi principali per cui la gente mi chiama è il non poter accompagnare le persone che muoiono. Il non poter completare un rito, il rito della morte” ( Alba, 60)


Se ci pensate, è un vero stravolgimento. Thomas Louis Vincent, in Antropologia della morte, analizza l’elaborazione del lutto in Europa e Africa, sottolineando diversità e peculiarità, ma soprattutto il comune bisogno di accompagnare il defunto. In moltissime culture, nel mondo, la morte è celebrata,“vissuta” e questo è sempre successo anche in Italia. A volte è celebrata in una chiesa, altre in un bosco, altre davanti alle ceneri nel proprio salotto. Durante questa pandemia, però, viene a mancare un’importante parte del ciclo vitale: il poter dare la mano a chi se ne va, celebrarlo, piangerlo, vederlo. La morte cambia forma e, per molti, questo cambiamento è stato motivo di crisi e di “moltissimi sensi di colpa”. Il non poter essere presente nel momento del dolore, della solitudine da ospedale e dell’ultimo sospiro, per molti e molte, è stato vissuto come ingiusto e in un certo senso imperdonabile.


Il culto della morte è una costante antropologica, un tema a cui è stata dedicata e tutt’ora viene dedicata molta attenzione, proprio perché è presente in tutti gli spazi di approdo antropologico. Si presenta in forme diverse in base alla religione, al gruppo sociale e alle credenze folcloristiche di un determinato luogo fisico o culturale, ma è una costante della vita di noi esseri umani. E’ un culto che ha attraversato moltissime epoche. Studi archeologici dimostrano che già l’uomo di Neanderthal celebrava la morte. La Shanidar Cave, situata in Iraq, raccoglie i resti di uomini Neanderthal appositamente sepolti, e sui quali vennero trovati resti di pollini, che portano a pensare ad un rituale connesso alla morte avvenuto nella grotta.

Ai tempi della Grecia Classica, si credeva che se i defunti non fossero accompagnati alla morte con un rito di celebrazione, le loro anime avrebbero continuato a vagare senza pace. Per questa ragione gli uomini e alcune donne dovevano essere onorati con una celebrazione verso l’Ade. Gli Egizi imbalsamavano i propri cari per lasciarli intatti e capaci di poter vivere la propria vita nell’aldilà: non celebravano un addio ma l’inizio di una nuova esistenza. Gli Etruschi credevano che la vita continuasse nella tomba, che per questo, durante il rito veniva riempita di cibo, armi, giochi e gioielli da poter utilizzare all’interno. Le necropoli etrusche erano per l’appunto vere e proprie cittadine tombali: spazi di celebrazione della morte. Questi esempi dimostrano la presenza costante, indipendentemente da epoca e religione di una necessità collettiva di solennizzare la morte, la stessa che in molte persone vorrebbero poter esprimere ora.


Il non poter celebrare la morte crea quindi una rottura eccezionale dal punto di vista sociale, storico e antropologico. Cambia e travolge una tradizione. Il funerale, spazio collettivo di gestione del dolore, si trasforma in uno spazio intimo, in un certo senso uno spazio interiore. La morte viene vissuta in solitudine o in un nuovo spazio virtuale: attraverso la videocamera.

Uno dei riti più celebrati al mondo, smette di esistere per un periodo di tempo e ci lascia con qualcosa in sospeso, in un certo senso con un ciclo incompiuto.


Mia nonna ci teneva ad avere un funerale in cui tutti potessero dirle addio


Papà voleva che cantassi una canzone davanti alla sua tomba


Nella salute e nella malattia, e io nella malattia non ci sono stata

(testimonianze dal centralino di Alba)


La fondatrice della psicotanatologia Elisabeth Kübler Ross, elaborò nel suo testo La morte e il morire, i cinque elementi necessari per superare un lutto: il diniego, la rabbia, la negazione, la depressione e l’accettazione. Seguendo la sua linea di studi, in questo periodo storico il processo di elaborazione del lutto tende a rallentare, poiché un elemento chiave di distacco fisico, come il momento del saluto al defunto o alla defunta, viene a mancare, rendendo ancora più complesso il fenomeno di accettazione della morte stessa.


La parola rito, spesso ci fa pensare a culture lontane, che ancora oggi vengono frequentemente definite primitive. Io credo che questa esperienza collettiva possa sottolineare le nostre similitudini in quanto esseri umani: il nostro collettivo bisogno di “chiudere o continuare” i nostri cicli socio-culturali.


Chiara Gunella



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Creato il 27/08/2015

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