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Relazioni A Distanza

Aggiornato il: lug 1

“Siete viziati perche` non avete vissuto la guerra!” diceva la nonna a Matteo (26). Un giorno, dall’alto degli anni Matteo scuotendo leggermente la testa e guardando i suoi nipoti con un vecchio sorriso rugoso gli potra` dire : “Siete proprio viziati, si vede che non avete vissuto la pandemia!” Pandemia che il governo italiano ha gestito in fasi: sospendendo le lezioni, vietando assembramenti, imponendo il distanziamento sociale, chiudendo negozi, bloccando il paese e imponendo il lockdown e via dicendo. Per Matteo, la chiusura della Lombardia ha coinciso con l’apparizione di una paura viscerale. E` stata la prima volta che ha davvero avuto paura per la sopravvvenza dei suoi cari. Le lacrime dei nonni, la stanchezza della madre, la preoccupazione del padre e la necessita` bulimica di sapere, di capire, appagata soltanto dal consumo compulsivo di notizie. Matteo quindi, così come il resto della sua famiglia, e` rimasto in casa, uscendo solamente per fare la spesa.

“Guarda che se volete potete ancora uscire di casa, a fare una passeggiata o un giro in bicicletta!” esclama Vincent, il nostro insegnate di francese. Perche` e` tra i banchi della sua classe – a Bruxelles - che ho conosciuto Matteo. No, non e` tornato in Italia. E` rimasto qui in Belgio. In Belgio la quarantena e` stato dichiarata con almeno 10 giorni di ritardo rispetto all’Italia, e lo stesso vale per l’introduzione di altre misure di contenimento quali il distanziamento sociale e il divieto di aggregazione. La premier Sophie Wilmès ha tenuto a precisare che il Belgio e` in quarantena non in lockdown. Parafrasandola con le parole di Vincent: “Guarda che se volete potete ancora uscire di casa.”

E Matteo? Matteo ha seguito le regole imposte dal governo italiano non da quello belga. Carolina si e` trasferita a casa sua, insieme allo scatolone di specialita` italiane spedito dalla nonna poco in direttissima dalla Sicilia, diventando una coinquilina d’eccezzione, una coinquilina di quarantena. Di certo vi chiederete per quale ragione due individui sani abbiano deciso di murasi in casa avendo la possibilita` di fare altrimenti. Saranno stati giusto loro due! Invece no, non sono stati i soli come dimostra il sondaggi condotto dal The post Internazionale[1]. Ma qualora non vi fidaste dei dati ho altri esempi. Uno e` il mio vicino di casa, anche lui italiano, e so che e` rimasto dentro casa perche` ha passato lunghe ore al telefono con la finestra aperta a lamentarsi sia del lockdown che dell’incapacita` del Belgio di gestire questa crisi. Un’atra e` Aide (33) che insieme al compagno ha accolto i suoceri ottuagenari in casa. Loro non sono usciti neppure per fare la spesa. Ovvio, direte voi allora, sono italiani quindi seguendo le notizie nostrane e parlando con i loro cari, hanno avuto piu` strumenti per giudicare la gravita` della situazione. Questa speculazione sicuramente ha un fondo di verita`, eppure sorge spontaneo chiedersi se sia davvero stata l’unica ragione. D’altro canto se fosse stato davvero solo quello perche` Matteo avrebbe confessato che se non fosse stato per Carolina lui in Italia ci sarebbe tornato? Quando tornare lo avrebbe esposto ad un rischio maggiore di contrarre il virus e di trasmetterlo così ad altri?

Quando gli ho chiesto perche` avesse deciso di rimanere in casa lui mi ha risposto che non gli sembrava giusto continuare a uscire liberamente mentre la sua famiglia era chiusa in casa, imprigionata in un incubo. La reazione della sua famiglia e` agli antipodi rispetto a come hanno reagito i miei. A casa sua la prima reazione e` stata di panico, da e` passata dalla completa sottovalutazione dei fatti, ad una accettazione rassegnata accompagnata dal mantra “basta seguire le regole e andra` tutto bene, basta seguire le regole e andra` tutto bene, basta seguire le regole e andra` tutto bene”. Perciò io sono rimasta relativamente tranquilla, mentre lui e` stato sommerso da un’ondata di panico, ondata di panico che ha quindi necessariamente influenzato il suo comportamento.

Quello che mi ha sorpreso della sua risposta non e` stato il fatto che abbia deciso di mettersi in quarantena, ma il perche`. Sicuramente una parte di lui ha messo da conto e analizzato il rischio a cui lui stesso era esposto, ma la discriminante principale per lui e` rimasta la famiglia, e la sua responsabilita` verso di essa. Questa interpretazione e` ulteriormente rafforzata dal fatto che se non fosse stato per Carolina, Matteo sarebbe tornato in Italia. Il che significa che la necessita` di restare vicino ai propri cari in una situazione di difficolta`e la necessita` di sostenersi a vicenda, così come la paura di non poterli – forse - piu` rivedere ha almeno inizialmente prevalso sulla valutazione sistematica e razionale delle misure di sicurezza prese.

Badate bene, questo non lo sto scrivendo per giudicarlo in alcuna maniera, anzi lo capisco. Infatti, sul momento anche io avrei voluto tornare, anche solo per poter condividere il peso della crisi. Per Alice (27) l’angoscia provacata dal non poter essere li di persona, dal non poter fare nulla in caso di bisogno l’ha portata a prendere un treno da Vienna a Bologna e tornare a vivere con sua madre. Perche`? “Perche` se sua madre si fosse ammalata e fosse andata in terapia intensiva, lei l’avrebbe vista per l’ultima volta dallo schermo di un computer.” Chi puo darle torto? In una situazione in cui lo spazio si dilata, in cui la piu` grande distanza percorribile e` quella tra casa e supermercato, in cui muoversi da un capo all’altro della citta` assume un fascino esotico, quanto pensate diventi distante l’Italia per chi non vive dentro i suoi confini?

Nel mio caso, la paura e l’ansia generate da questa situazione sono state tenute a bada dal mantra della mia famiglia “basta seguire le regole e andra` tutto bene.” Tutti a casa nostra lo seguono. Anche mia nonna, pur detestando indossare le mascherine, con l’implementazione della fase 2 preferisce non uscire che infrangere le regole e non portarle. Il fulcro della questione non e` se seguire le regole serva o meno, bensì che seguire le regole ci offre sicurezza, premettendoci di passare il tempo a preoccuparci delle cose normali, come la ricetta per i pancakes o la crisi economica. Molto piu` rilassante insomma. Matteo e Aide invece, non solo hanno rispettato le regole ma hanno decuplicato la comunicazione con i propri familiari. Matteo parla tutti i giorni con i suoi per sapere che succede, mentre Aide ha un gruppo whatsapp con tutti i suoi familiari. L’allarme scatta quando qualcuno non risponde. Per Alice invece, solo la vicinanza fisica e` riuscita a calmare l’angoscia.

Nelle persone che ho intervistato, la pandemia ha quindi scatenato ondate di ansia e paura che hanno portato a reazioni piu` o meno razionali. Ha creato la necessita` di avvicinarsi ulteriormente ai propri affetti – sia fisicamente che non - e alla creazione di nuove regole per sopravvivere alla quotidianita`. Infine, a contrbuito ad un senso di straniamento dovuto alle contromisure prese dal gverno italiano rispetto a quelle prese dal paeses di residenza - perche` hanno reagito così tardi? Perche` hanno fatto così poco?; contribuendo ad esportare le misure prese dal’ Italia all’estero. Da un lato, quelle che vi ho raccontato sono esperienze personali. Eppure sono ingrado di farci cogliere la socialita` della natura umana e la sua capacita` di empatizzare, anche solo per il fatto che esistono delle persone il cui dolere provoca in noi una reazione di angoscia uguale e contraria, unendoci gli uni con gli altri a prescindere dalla distanza fisica. Daltro canto, queste testimonianze parlano di una paura atavica che caratterizza i momenti piu` drammatici della nostra vita, e che puo portarci a migrare verso un luogo tanto rassicurante quanto insicuro. Cosa significa quindi avere paura? Molto spesso, infatti, la nostra percezione di pericolo non e` necessariamente legata al luogo in cui siamo ne alla logica, bensì dalla comunita` alla quale sentiamo di appartenere, alla percezione collettiva del pericolo. Se la nostra percezione del pericolo non e` oggettiva, cosa significa essere al sicuro? O per lo meno cosa ci da davvero siurezza?

Piu` grande e`la distanza piu` tutto cio` diventa evidente, perche` siamo lontani da una comunita` che condivide la nostra percezione del pericolo e attua quindi meccanismi di protezione diversi. Inoltre, aumenta il senso di impotenza dovuto dall’impossibilita` di offrire soccorso immediato in caso di bisogno. Al contrario, al diminuire dalla distanza diminuisce l’angoscia, o per lo meno diventa piu` facile gestire, perche` anche se pensiamo di voler tornare a casa per portare aiuto, in realta` una parte del nostro essere vi ritorna alla ricerca di un riparo dalla propria sofferenza.


Beatrice Malaguti


[1] https://www.tpi.it/costume/italiani-estero-quarantena-coronavirus-sondaggio-20200415586214/





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Creato il 27/08/2015

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