Relazioni allo specchio: tra ascolto profondo e abbandono della cura

Come abbiamo parlato al nostro corpo durante la quarantena? Come ci siamo guardati e guardate? Come ci siamo osservati e osservate? Nelle righe successive, grazie alle testimonianze di diversi italiani e italiane in confinamento, troverete risposte a questi interrogativi.






Le antropologhe Nancy Scheper Hughes e Margaret Lock, nei loro studi di antropologia medica sottolineano la decisa e intensa connessione tra comprensione del corpo e cultura, il che significa che il modo in cui percepiamo il nostro corpo è strettamente collegato alla cultura nella quale ci esprimiamo e viviamo, all’educazione ricevuta e ai tabù legati ad esso. Qual è la concezione della cura del corpo per molti italiani in questo periodo di quarantena? Qual è la relazione con la propria pelle?


Aggirandomi tra le case di alcuni italiani e alcune italiane tramite webcam, telefonate e emails ho trovato qualche risposta, da cui sono nate diverse riflessioni di cui tratterò nelle righe successive. Ho constatato due relazioni prevalenti nei confronti del corpo: un ascolto maggiore dei propri bisogni e un completo abbandono della cura.



Ascolto profondo


Partendo dalla prima relazione, nelle interviste è emerso che l’avere un’intera giornata libera, non regolata dal frenetico tempo lavorativo, il traffico, e i tantissimi impegni giornalieri ha permesso di sentire i sintomi del corpo, e di chiedersi maggiormente il perché di certi dolori.


Non ho subito preso un antidolorifico, mi sono prima chiesto il perchè dei dolori. Mi sembra che il corpo mi parli di più ” ( M, 61 anni)


Per la prima volta sono stata a letto l’intera giornata con i dolori del ciclo, guardandomi un film, non ho fatto la mia solita corsa alle medicine”. (C, 26 anni)


Ho molto tempo per ascoltarmi, ho iniziato a praticare yoga, non pensavo di essere così tesa e rigida. Sai, mi sembra di parlare di più con il corpo. ” (S, 27 anni)


Queste sono alcune delle risposte raccolte, che mettono in evidenza come il tempo veloce delle nostre consuete giornate, spesso copra e sotterri completamente la nostra relazione con il corpo. Frequentemente, la causa del dolore non viene questionata, ma quello che viene priorizzato, è risolvere il male e tornare ad essere produttivi e produttive, rapidi e rapide: insostituibili.


Questa quarantena, per molti e molte, è stata accompagnata da un rallentamento della produzione, che ha creato una nuova relazione con la propria pelle, un dialogo senza il suono frenetico del mondo esterno. Il corpo, ha in un certo senso avuto modo di esprimersi prima di essere curato, di parlare attraverso un linguaggio che solitamente non riesce ad essere compreso.

Mi domando: che cosa terremo di questo momento? Sarà possibile continuare questo nuovo dialogo? Una delle famose domande di Ippocrate riassume una riflessione importante legata alla nuova consapevolezza corporea:


Prima di cercare la guarigione di qualcuno, chiedigli se è disposto a rinunciare alle cose che lo hanno fatto ammalare.” (Ippocrate)


Siamo disposti a rinunciare a ciò che abbiamo scoperto essere la causa di un nostro dolore fisico o mentale? Se si, il sistema ce lo permetterà? Questo ascolto profondo del corpo potrà continuare a esistere dopo la quarantena o è strettamente legato agli spazi e ai tempi dilatati che sono fioriti in questo momento?


Abbandono della cura


La seconda relazione con il corpo prende una direzione completamente differente. Nelle interviste è emerso quanto la cura del proprio corpo sia strettamente legata al mondo esterno. Il non avere qualcuno o qualcuna da incontrare o un lavoro da raggiungere ha spinto molti e molte a non guardarsi allo specchio, a evitare questo elemento della casa, a riconoscere una sorta di dipendenza legata agli occhi e al giudizio degli altri e le altre.


“ Onestamente non sono motivato a prendermi cura di me solo per me, ci vuole molta più forza di volontà” ( M, 25)


“ Sto cercando di piacermi, ma provo a farlo per me, non per gli altri. Ma è difficile, gli altri sono una vera e propria motivazione ( F, 33)


“ Mi sto decisamente trascurando, forse troppo…” ( L,56)


“ L’altro giorno mi sono chiesta, ma possibile che devo farmi bella solo per uscire? Non posso farlo solo per me? Non sono sufficientemente importante?” ( S, 26)


“ Ho paura di ingrassare ma non tanto per me, per il mondo fuori che mi vedrà dopo questa quarantena in cui tutti sembriamo dover fare il cambiamento della nostra vita (F, 26)


Queste sono alcune delle risposte raccolte nel contenitore legato all’abbandono della cura. Guardarsi allo specchio e sentirsi pronti o pronte per uscire solo con se stessi o se stesse, sembra non essere una buona motivazione per avere cura del fuori. Perchè? Noi ci basteremmo così come siamo, in una sorta di “stato naturale”? Nell’ipotetica cena con noi stessi o noi stesse, indosseremo trucco, vestito da sera e orecchini scintillanti o potremmo restare nudi, con la barba non perfetta e qualche nodo tra i capelli?


Credo che questa quarantena ci porti a dubitare della nostra idea di bellezza, di cura del corpo e del di se. Quanto questi concetti sono legati ai nostri bisogni, e quanto lo sono invece al mondo esterno? L’educazione che riceviamo ci porta a prenderci cura di noi per noi, oppure solo per il mondo fuori? La nostra forza di volontà quanto è vincolata a gli altri e le altre? Senza gli altri o le le altre abbiamo forza di volontà sufficiente per sentirci bene?


Il confinamento ci ha portato a riscoprire la nostra idea di corpo e cura in relazione con l’altro/a, sottolineandone in un certo senso la necessità di distacco, volta al “sentirci” maggiormente, e una evidente “dipendenza”.


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