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Sapére dal latino "aver sapore"

Le misure di confinamento fisico-spaziale durante la quarantena per la pandemia da Covid-19 hanno fatto emergere alcune caratteristiche della società in cui viviamo. Dopo un lungo periodo di disinteresse dell’opinione pubblica, nei mesi scorsi si è parlato delle scuole italiane. A pochi giorni dall’inizio dell’anno accademico 2020/2021 ancora non è dato sapere quali saranno le modalità con cui si terranno le lezioni delle scuole primarie, secondarie e superiori. Come sappiamo, per metà dello scorso anno scolastico la didattica è stata rimodulata online, ed ha permesso di portare avanti i programmi scolastici nonostante le misure restrittive che hanno impedito le lezioni di presenza, nelle scuole. Ho conversato con due insegnanti della scuola primaria con molti anni di esperienza nella scuola pubblica italiana. Di molte questioni emerse, due sembrano quelle di maggior rilevanza: il divario tra scuola elementare sud Italia e nord Italia, e poi che cosa significhi educazione. Comincerò dallo scarto tra la situazione delle scuole nel nord e nel sud Italia.




Giovanna è un’insegnante con 39 anni di servizio nelle scuole primarie e dell’infanzia pubbliche lombarde, da 34 anni insegnante di ruolo. Attualmente lavora in una città ai confini di Milano. Si è trovata a metà anno scolastico a portare avanti le lezioni attraverso le piattaforme digitali. Mi ha precisato che la classe in questione, una quinta elementare, era per lei una nuova classe. Fondamentale è stato il periodo pre-pandemia in cui ha potuto conoscere di persona i nuovi alunni. Senza il contatto fisico iniziale il coinvolgimento degli alunni durante le lezioni online sarebbe stato più difficile. Il suo maggior problema è stato quello di dover acquisire nel breve tempo competenze informatiche di cui non disponeva. A parte questo, si è trovata discretamente bene: i bambini erano coinvolti nella lezione ed aspettavano con impazienza gli incontri virtuali; i genitori si sono mostrati disponibili e attenti come sempre. Le sue lezioni erano svolte a distanza ma in simultanea, non registrate come hanno scelto altri docenti. Mi ha detto che per quanto la modalità virtuale sia stata utile, ha comunque dei limiti come la mancanza di coinvolgimento diretto e fisico in classe che reputa di miglior qualità per la trasmissione del sapere. Mi ha detto che infatti la rendita scolastica degli alunni, come era stato previsto, è diminuita. Diversa è l’esperienza che mi racconta Ottavia (44 anni) insegnante di matematica in otto classi. Con 24 anni di servizio nelle suole primarie e dell’infanzia, dopo molti anni nelle scuole lombarde da circa 10 insegna nella scuola di un paesino calabrese di seicento abitanti. La sua esperienza passata “al nord” le permette di cogliere alcune peculiarità del contesto calabrese. La prima questione emersa è la mancanza di risorse per la didattica a distanza: la maggior parte dei suoi alunni non possedevano un computer e neanche una connessione internet. Le lezioni sono state possibili grazie alla sua determinazione nel trovare dei tablet della scuola da dare in comodato d’uso e delle tessere con abbonamento a internet. Insegnare nella scuola del suo piccolo paese è come stare in famiglia: il rapporto docente-alunno è molto diretto. Ottavia conosce le famiglie dei suoi alunni e rappresenta un riferimento all’interno della comunità. Al contrario di Giovanna che comunicava con i genitori dei suoi studenti attraverso il registro online su appuntamento, durante la giornata Ottavia era costantemente coinvolta in scambi comunicativi attraverso Whatsapp. La maggior parte dei genitori dei suoi bambini lavorano nei campi ed hanno un livello d’istruzione basso; sono poco presenti nella “vita didattica” dei figli. Per queste ragioni il ruolo dell’insegnante in quei contesti è anche quello di mediatrice tra dimensioni della vita che sembrano nettamente distinte. Le lezioni online erano fissate sulla base della disponibilità dei bambini e delle famiglie. Molti genitori, lei mi ha spiegato, ritengono la scuola di poca importanza così come il lavoro dell’insegnante. Se anche Giovanna ha sottolineato l’importanza di una didattica frontale e di presenza, di contatto con gli alunni al fine di un insegnamento di qualità, nelle realtà come quelle della cittadina calabrese in cui lavora Ottavia quel contatto risulta indispensabile. L’educazione non è solo la somministrazione di compiti e la spiegazione di concetti, ma è l’apprendimento della vita sociale. È mostrare ai bambini mondi altri, suscitare in loro la meraviglia e la voglia di scoperta. Durante il lockdown l’impegno lavorativo si era triplicato: ben 40 ore settimanali. Ha cercato di mantenere un contatto “profondo” e coinvolgente con gli studenti attraverso l’illustrazione di lavori manuali come la costruzione dei solidi per il programma di matematica e di lavoretti creativi per le festività. Ne è emerso che l’educazione scolastica, come sosteneva John Dewey nel suo pionieristico Come Pensiamo (1910), dev’essere strutturata a partire dal dialogo tra la vita intima del bambino e il sapere che viene impartito tra le mura di scuola (virtuali o meno che siano). Conoscere è infatti un innamoramento: la necessità di risolvere i propri problemi attraverso l’indagine del mondo. La scuola con insegnanti, educatrici ed educatori, sono fondamentali per la costruzione della società. Come ha detto Ottavia: “da parte dell’insegnante deve esserci davvero una certa propensione ad accogliere questi ragazzi e questi bambini”. Educare è accogliere l’altro ed invitarlo a guardare il mondo in modo diverso, dare un senso nuovo alle difficoltà e all’esperienza di vita quotidiana degli alunni.

La scuola italiana è da molti anni il primo impegno socio-politico a risentire dell’inadeguatezza dell’amministrazione politica che per far tornare i conti taglia sui fondi da destinarle a discapito del futuro della stessa società che dice di voler migliorare. La pandemia, ancora una volta ribadisco, ha solo reso evidenti dinamiche che strutturano le nostre nazioni. In Italia il divario tra nord e sud in ambito socio-economico è stato reificato dall’accesso all’educazione, del quale ancora si dice sia un diritto. L’educazione è un privilegio: è il privilegio di nascere nel posto e nella famiglia giusta. La scuola in cui lavora Ottavia è una scuola non attrezzata e non solo adesso, durante questa imprevista pandemia. È una scuola in cui gli spazi sono ridotti, in cui non c’è una palestra per l’attività fisica e neanche un’aula esclusivamente adibita a mensa. È una scuola che da sempre può contare più sull’impegno individuale e la discrezione dei docenti, che sulla presenza e i finanziamenti dello stato. La conclusione è che parlare di educazione è come parlare di vita: impossibile racchiuderla in un paradigma. Quello che però si può dedurre è che la buona educazione è un’educazione vitale: di esperienza diretta del mondo e delle persone, dove il contatto con l’altro è forse più importante che l’acquisizione di concetti e nozioni. Sapére dal latino «aver sapore; esser saggio, capire».


Paola Rizzo


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Creato il 27/08/2015

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