Si fa presto a dire fuori

Aggiornato il: ott 22

La mattina dell’8 marzo 2020 sono scesa da un treno e la stazione centrale di Milano mi ha accolto deserta e maestosa. Era bellissima, ma l’assenza di persone la rendeva anche inquietante. Oltre ai pochi passeggeri frettolosi, c’era solo qualche giornalista. Mi piace osservare le persone in stazione: ho sempre avuto l’impressione che le stazioni offrissero ai viaggiatori più libertà di esprimersi rispetto agli aeroporti, spazi spesso asettici e dall’aspetto forzatamente neutro.

Se dovessi stabilire il momento in cui è cominciato il mio lockdown, direi che è stato quello del mio arrivo a Milano, non quello in cui sono entrata in casa. La mia presenza in stazione è stato il primo momento in cui essere “fuori” aveva qualcosa di strano e straordinario.

Dall’inizio della pandemia si è parlato molto di cosa succede dentro le case ora che siamo costretti a passarvi la maggior parte del nostro tempo, meno si è discusso e riflettuto su come è cambiato il nostro rapporto con il “fuori”: sia con lo spazio esterno più circoscritto e quotidiano che con i contesti più allargati nei quali tante persone oggi si muovono. Questo breve scritto vuole essere un primo tentativo di chiedersi come la pandemia abbia cambiato anche il nostro rapporto con il “fuori”.

Procedendo per cerchi concentrici, come è cambiato il nostro rapporto con lo spazio esterno?

Da quando siamo chiusi in casa e possiamo uscire solo per “comprovate esigenze” e motivi di “assoluta urgenza” tragitti solitamente considerati come banali vengono pianificati meticolosamente ma con approcci diversi, a volte opposti. C’è chi pianifica il proprio tragitto per stare fuori il meno possibile e chi, invece immagina percorsi che gli permettano di fare ciò che deve percorrendo la strada più lunga. Appena superata la soglia di casa siamo investiti da una sensazione di straniamento.

Mia zia, dopo aver attraversato una delle strade pedonali solitamente più affollate di Verona mi ha detto: “la gente che incrociavo mi salutava, come se fossi in montagna”. Ma non è solo l’assenza delle persone a colpire: c’è chi si accorge di come è cambiata la qualità dell’aria, della mancanza del rumore delle auto, della presenza di odori solitamente coperti da quello dello smog cittadino. Alcune delle persone con cui ho parlato hanno riferito di aver “scoperto” le stimolazioni sensoriali che ci arrivano dallo stare all’aria aperta solo ora che possiamo goderne in misura limitata.




Dopo alcune settimane di quarantena le persone hanno cominciato ad accorgersi di che cosa apprezzano di ciò che c’è fuori casa: in uno dei consueti aperitivi su zoom un’amica dice “a me manca la gente, andare al bar a prendermi un cappuccino e vedere delle altre persone” al che qualcuno risponde: “a me invece mancano la montagna e la natura: se dovessi fare la quarantena in montagna sarei a posto, potrei restarci per sei mesi”. Allo spazio fuori casa sono associati immaginari diversi: la socialità, la possibilità di attraversare la città che si ama, il desiderio e il piacere di stare in natura.

Il fatto di non poter uscire ha spinto alcuni a riflettere maggiormente su che cosa fanno quando sono fuori, sulla consapevolezza delle proprie sensazioni, emozioni, necessità rispetto al tempo che trascorrono all’esterno della propria abitazione e del proprio luogo di lavoro.

Più si allarga il cerchio e più lo spazio fisico, la geografia, sembrano dilatarsi. Se c’è bisogno di un buon motivo per trovarsi a 500 metri da casa, immaginarsi a 500 chilometri diventa, improvvisamente, quasi impossibile. Come molti miei coetanei sono piuttosto abituata a frequentare stazioni e aeroporti: abbiamo amici, amori, fratelli sparsi per l’Europa e per il mondo, siamo abituati a spostarci, o quanto meno all’idea di poterlo fare in breve tempo. Bastano una manciata di ore per andare a trovare la migliore amica che sta facendo il dottorato in Olanda. Adesso non più, la possibilità di spostarsi, il viaggio, sono tornati ad essere una un’esperienza impossibile o quanto meno complicata.

Capita che ci sia chi ha lasciato metà degli oggetti che lo fanno sentire a casa in un'altra città o in un altro paese e che non possa recuperarli, capita l’amica in procinto di avere il suo primo figlio che non potrà mostrare il nipotino ai nonni, capita di dover rimandare il viaggio previsto per andare a trovare la migliore amica.

Dal 4 maggio è iniziata la fase due, che dovrebbe portarci ad un graduale ritorno alla normalità.

Ma cosa vuol dire tornare alla normalità? Il cerchio più interno della nostra geografia, quello del nostro quotidiano più immediato comincerà ad assomigliare sempre di più a ciò che era prima. Anche il ritorno in natura, pur con il fattore limitante di poterci muovere solo all’interno della regione, comincerà ad essere un po’ più facile. Torneremo nei parchi, ad ascoltare gli uccelli e a sentire il profumo dei fiori, il supermercato smetterà di essere la meta più importante delle nostre uscite. Ma per i cerchi più esterni, quelli che ci portano lontano, dovremo aspettare ancora, non sappiamo bene quanto. Non sappiamo quando torneremo a pensare di attraversare l’Europa in poche ore, quando passare per una stazione o un aeroporto torneranno ad essere cose normali, di cui quasi non ci accorgiamo. Non sappiamo quando le distanze torneranno ad accorciarsi e la bellezza architettonica di una stazione sarà di nuovo offuscata da quella dell’umanità che la attraversa.

Maria Benciolini


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Creato il 27/08/2015

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